La Sala del Cembalo del

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Costume e
Musica

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COSTUME E MUSICA NELLE CORTI
DELL'ETÀ RINASCIMENTALE E BAROCCA

Dott.ssa prof.ssa ISABELLA CHIAPPARA SORIA

L'Inghilterra degli Stuart
Giacomo I e Carlo I (1602 - 1642)

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PARTE I - Melanconia e poesia
Masques come istrumentum regni - I costumi di Inigo Jones

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Sir Peter Lely - Concert - Courtauld Institute Galleries (1)

Creare un regno di Armonia, Bellezza, Perfezione ed Amore in una rinnovata Età dell'Oro voluta da una dinastia eletta da Dio per regnare. Portare l'Arcadia nelle nordiche brume nebbiose lungo il Tamigi. Fare di Whitehall la sede di un nuovo Olimpo e di un nuovo Parnaso, con poeti, musicisti, pittori, architetti a dar vita ad un mondo di Utopia che il tempo e la storia dimostreranno folle. Questo il miraggio di un sogno di pace e prosperità che nei primi decenni del 600 farà di Londra la Corte più elegante d'Europa, creerà alcune delle più belle collezioni di opere d'arte europee, darà vita ad un mecenatismo colto e raffinato, promuovendo artisti di levatura eccezionale che celebreranno i fasti dei monarchi e della loro cerchia. Tutto questo contribuirà però, anche a porre le basi del futuro disastro politico, in gran parte dovuto all'assoluta intransigenza ideologica di un monarca che proclamava il suo diritto divino a regnare e che per sostanziare i suoi sogni sperpererà un enorme patrimonio mettendo tasse inique e dissestando la Corona e l'erario pubblico. Questa la tragica parabola che porterà un re sul patibolo, una nazione ad una drammatica guerra civile, alla fine della quale, regnerà perfidamente sterile l'austerità puritana. I due sovrani Stuart che si succederanno sul trono che era stato di Elisabetta I saranno infatti i primi e più audaci propugnatori del modello di Stato assolutista e se Giacomo I scriverà un trattato, il Basilikon Doron, ad edificazione del suo primogenito Henry, saranno i Masques e l'Arte nel suo complesso gli strumenti che veicoleranno il messaggio di totale autocrazia soggiacente a frasi come questa pronunciata dal re al Parlamento:

Lo stato della monarchia è la condizione suprema sulla terra. I re, infatti, non soltanto sono emissari di Dio in terra e siedono sul Suo trono, ma da Dio in persona vengono chiamati Dei....nelle Scritture i re sono chiamati Dei, e così il loro potere è, in certo senso, comparato a quello divino. (dal Discorso tenuto in Parlamento da Giacomo I il 21 marzo 1609)

Il figlio Carlo I andrà ancora più lontano: nei dodici anni che vanno dal 1629 al 1640, quelli del cosiddetto governo personale del re, egli regnò senza l'appoggio del Parlamento, inaugurando una forma di governo assoluto che lo portò al conflitto aperto e alla successiva catastrofe. Nel 1649 Carlo I perdeva violentemente la vita chiudendo una stagione magnifica e terribile insieme, di grandezze e meraviglie, poesia e rinascita delle Arti, ma anche sopruso e tirannia.

Giacomo I, che riunisce le corone di Inghilterra e Scozia sale al trono nel 1603 e muore nel 1625, lasciando il regno al figlio secondogenito Carlo. Fra i due periodi di potere dei sovrani Stuart, c'è continuità ideologica e culturale, ma anche discontinuità, dovuta in parte al carattere profondamente diverso dei due uomini, e delle loro regine.

Sicuramente l'età di Giacomo nasce sotto il segno della splendida età rinascimentale che era sorta sotto il regno della regina Elisabetta I. Anzi ne porta a compimento molte delle tematiche. L'amore per la poesia, per la musica, considerate arti sorelle musicke a sister to Poetry, nella fortunata formula usata da Henry Peacham nel suo The Compleate Gentleman dedicato a Lord Arundel, una delle menti più brillanti dell'era giacobita, un gusto orientato ad una stravaganza, che se è erede di una propensione all'eccesso già apparso nello stile francese ed inglese del tardo Cinquecento, si esaspera grandemente, aprendo la strada alle mode barocche successive.

Ma è soprattutto la malinconia che permea ogni dimensione artistica e comportamentale tanto da diventare quella che Roy Strong definirà "One of the prevailing fashionable attitude" del primo Seicento inglese. Ne tratta Shakespeare, Amleto appare come ed è decisamente un melanconico, lo è Jaques, in As you lake it, lo è nella vita intima dell'artista il "lovely boy" dei suoi sonetti, quel Henry Wriothesley, Earl di Southampton, che, con i suoi lunghissimi capelli e le vesti perennemente nere, diventerà un modello carismatico di stile. Lo sono i tantissimi protagonisti della ritrattistica inglese di quegli anni, spesso abbigliati in quello che scherzosamente Rosalind, in As you like it, descriverà come a careless desolation. Giubboni e camicie sbottonati, calze senza giarrettiere, scarpe slacciate, cappello senza nastro (III.ii), chi meditando come Amleto su di un teschio, chi sognando un mondo cavalleresco perduto, chi accentuando la dimensione saturnina. Il melanconico lo ritroviamo nei disegni di Inigo Jones per il masque di Ben Jonson Love's Triumph throught Callipolis e nel trattato di Robert Burton Anatomy of Melancholy del 1621 che descrivendo alcune manifestazioni dell'umor nero, fin dal frontespizio sugella una dimensione che dalla malattia aterobiliosa si trasforma in comportamento alla moda. Lo è soprattutto la musica con il suo maggior protagonista John Dowland. Dowland che finalmente nel 1612 riesce ad ottenere il posto di liutista della Camera del re, senza però mai conoscere a corte quel successo che lo celebrava in tutta Europa dove circolavano le sue raccolte di songs e ayres per liuto, o liuto e voce sola, dalla tristezza e melanconia struggente.

Go crystal tears, like to the morning show'rs
And sweetly weep into the lady's breast.
And as the dews revive the drooping flow'rs
So let your drops of pity be address'd
To quicken up the thoughts of my desert
Which sleeps too sound whilst I from fer depart.

Gli accenti petrarcheschi di queste rime, care all'estetica poetica dell'epoca, legate ad una musica che il liuto, il più musicale degli strumenti, sottolinea, attraverso rallentamenti o accelerazioni, nella loro liricità, creano quel consent of speaking harmony, idealizzato da Dowland quale perfetta fusione di poesia e musica.

Ma la musica era organica ad una corte dove i consorts song, voce di bambino accompagnata da un gruppo di viole, nati dalla pratica dei choir boys del teatro elisabettiano, stavano conoscendo un successo travolgente grazie soprattutto a William Byrd, mentre i consorts strumentali di cinque viole da gamba come quelli celebri di Alfonso Ferrabosco il giovane, di John Jenkins e di Martin Peerson pervadevano tutta la vita aristocratica, con una musica elegante ed elitaria. Un'aristocrazia sempre più raffinata, che aveva un maestro di musica tra i propri servitori, e che reputava indegno per un gentiluomo non saper cantare o suonare almeno uno strumento e che spesso era l'autore, anonimo il più delle volte, dei songs più noti. Un esempio tra i maggiori di questo dilettantismo di grandissimo valore è dato dalla produzione per la lyra-viol, uno strumento grave piuttosto piccolo, che grazie a particolari accordature era in grado di creare suoni vivacemente chiaroscurati, del Capitano Tobias Hume, un soldato mercenario, nonché musico, autore di quei Musicall Humors (1605) dalle sconvolgenti sonorità.

A corte, oltre alla Camera e alla Cappella(2), ormai usuali in tutta Europa, i musicisti erano particolarmente impegnati nella creazione di musiche per i masques, intrattenimento proprio della corte inglese, caratterizzato dall'unione di parti recitate, musicate e cantate, balletto e teatro nello stesso tempo con all'opera poeti e scenografi nel dare vita a spettacoli sempre più incentrati sull'uso di macchine e costumi elaborati, come insegnava il modello italiano irradiatosi da Firenze. E proprio a Firenze aveva soggiornato a lungo Inigo Jones, il maggiore protagonista dal punto di vista artistico dei masques di età giacobita e carolina, assorbendo la lezione di Buontalenti e riportandola in un contesto, quello inglese, nel quale la semplice comprensione di un fenomeno percettivo, come quello prospettico, a fatica si faceva strada, creando un'ulteriore barriera fra la corte e l'aristocrazia acculturata, e la borghesia puritana. Non dimentichiamo che nel teatro delle Inn's courts, di Blackfriars e del Globe, grande ed originale prodotto culturale anglosassone, le scene erano pressoché inesistenti ed ininfluenti dal punto di vista narrativo e comunque di impostazione tardo-medievale. Ma tutto il rinascimento delle Arti, con la diffusione della conoscenza del classicismo e dell'arte italiana e fiamminga del Cinque-Seicento, fu un fenomeno calato dall'alto, che interessò in particolar modo i rappresentanti dell'aristocrazia più illuminata, come quel Thomas Howard, Earl of Arundel, che creò una ricchissima collezione di sculture antiche e di pittura rinascimentale, usando le sue enormi ricchezze per sguinzagliare in tutta Europa e Asia agenti a comprare opere d'arte, imitato in seguito dal favorito del re, George Villiers, duca di Buckingham e dallo stesso futuro re, Carlo I, in una competizione che non aveva nulla di emulativo, viceversa di rivalità aperta. Una delle operazioni più spregiudicate di Buckingham fu il tentativo di accaparrarsi la collezione dei Gonzaga di Mantova, collezione senza pari in tutta Europa, anche se poi fu il re ad aggiudicarsene una parte per una somma enorme, che portò l'erario sull'orlo della bancarotta. Ancora oggi le splendide opere messe insieme da Isabella d'Este o Vincenzo Gonzaga, sono parte sostanziale delle raccolte reali inglesi.

Dicevo un gusto stravagante che è l'erede diretto di quello tardo-elisabettiano, è quello che informa la moda giacobita. Lo stesso Giacomo I nei suoi ritratti e nelle descrizioni degli ambasciatori appare eccessivo nell'uso di preziosi e forme moda fuori norma, seppur nelle linee di un ritorno a certo gusto spagnoleggiante dominante nell'Europa del primo decennio del '600. Enormi trunk hoses e stretti doublets, tempestati di piccole perle o diamanti, cappello alla spagnola recante il Mirror of Great Britain, lo strepitoso gioiello simboleggiante l'unione fra Inghilterra e Scozia con appeso il diamante Sancy, comprato nel 1604, questa l'immagine di un re che rivaleggiava con la consorte in esibizione lussuosa. La regina Anna di Danimarca dal gusto raffinato, ma forse un po' provinciale, non volle mai rinunciare al farthinghale, e fino alla sua morte nel 1619, questa forma moda ormai antiquata, fu di rigore a corte. Anche la figlia Elisabetta nel suo ritratto del 1613 ci mostra un abito dove sono i sontuosissimi gioielli a prevalere, insieme all'alta collarette di gusto francese. Elisabetta però porta un love-lock infilato nell'orecchino. Si tratta di un ricciolo di capelli, legato da un nastro che suggerisce un gusto sentimentale e romantico che ritroveremo più volte in Inghilterra, soprattutto nei gioielli. Il Principe di Galles, Enrico, prematuramente scomparso, era viceversa interessato alla moda spagnola e soprattutto italiana, anche se reinterpretata alla luce del gusto inglese e con una attenzione particolare ad un suo uso "diplomatico". Per trovare qualcosa di più intrigante bisogna rivolgersi ai ritratti di alcuni cortigiani, come quello di William Larkin di Richard Sackville, Earl of Dorset del 1613, dove il conte indossa un insieme stravagante composto di slops, gonfissimi calzoni lunghi al ginocchio, eredi delle venetians del secolo precedente, e un aderentissimo doublet, entrambi ricamati a vistosissimi fiori di caprifoglio. Enormi roses di pizzo scuro orlato d'oro, ornano le alte scarpe anch'esse ricamate, come le calze, mentre un voluminoso collare piatto è sostenuto dal pickadill. Tutto questo strepitoso abbigliamento ci è anche descritto da un inventario del 1617, caso rarissimo di convergenza fra immagine e documento scritto. Esso fu con molta probabilità indossato per le nozze reali della Principessa Elisabetta con l'Elettore Palatino nel 1613. Per la moda femminile un bellissimo esempio ci è fornito da un altro ritratto di William Larkin di Diana Cecil, Countess of Oxford, del 1614 che ci mostra un'interessante commistione, tipica del gusto inglese, fra tardi elementi spagnoli, le maniche ad puntas, ed innovazioni profonde come l'abbandono del farthinghale per più morbide strutture interne come il bum-roll, una ciambella imbottita, messa intorno ai fianchi. Dell'abito indossato dalla Contessa è interessantissimo il trattamento sartoriale del tessuto, ricco di slashes, le italiane sfiocature, tagli controllati, che permettevano quel gioco di sfondamento e di terza dimensione molto amato nel primo Seicento. Tutti i ritratti femminili dell'età giacobita ci trasmettono la ricerca di nuove morbidezze, che diventeranno così caratteristiche nel periodo successivo, le incontriamo anche nel bel ritratto di Alathea, countess of Arundel and Sussex di D. Mytens, dove la potente dama, spesso in viaggio per l'Europa e con lunghi soggiorni nelle Fiandre e a Venezia, alla ricerca di opere d'arte prestigiose da aggiungere alla sua ricchissima collezione, si mostra in un bell'abito di velluto nero chiuso da punte d'oro ispirato al gusto francese coevo. Tipicamente inglese è invece l'uso delle night gown, dove la parola notte deve solo far intendere vesti da mattina, caratterizzate da scioltezza, sono infatti le eredi delle zimarre cinquecentesche, aperte a mostrare le kirtle e delle piccole ed aderenti jacket, dai brillanti ricami floreali, talvolta chiamate anche waistcoat. Ne vediamo un bell'esempio nel ritratto del 1614 sempre del Larkin, di Lady Dorothy Cary, che ostenta anche un'enorme collare piatto di pizzo a punte in aria come i grandissimi polsini. Una moda ricca, fortemente ricamata ed iperdecorata quella inglese dei primi due decenni del secolo, che trova nei costumi per i masques dell'età giacobita il suo momento più esaltante. Ci sono giunti molti ritratti di dame con gli abiti indossati a corte per un masque e naturalmente abbiamo i disegni di Inigo Jones, più di 450 nella loro totalità, come quelli per The Maske of Oberon uno dei tre “Princes Maske”, dati il primo giorno dell'anno 1611 per celebrare Enrico, Principe del Galles o quelli per The Lords Masque del 1613 su musiche di Campion. E' con questi primi costumi, influenzati da quelli del Buontalenti per gli Intermezzi fiorentini, a loro volta ripresi dalle indicazioni date da Leone de' Sommi nel suo fondamentale per l'arte teatrale Quattro dialoghi in materia di rappresentazione sceniche scritto per la corte di Mantova nel 1560, che si getteranno le basi per tutta la successiva elaborazione del costume all'antica imprescindibile nelle rappresentazioni teatrali dei successivi due secoli. In questi costumi, non delle semplici tuniche classiche, ma abiti più strutturati nelle sottane di cui una più breve era rinforzata da bases, elaborazione teatrale della lorica romana e dei suoi pteruges, in origine strisce di pelle, pendenti dal corpetto, l'elemento all'antica viene coniugato con l'abito alla moda, in una affascinante commistione che rimarrà caratteristica del costume teatrale dell'età barocca. Un altro elemento teatrale interessante che ritroviamo puntualmente nei ritratti femminili, è un manto indossato trasversalmente sul busto e annodato su una spalla, un ricordo della sbernia all'apostolica portata all'inizio del Cinquecento, ed anch'essa ispirata ai mosaici tardo antichi romani. Naturalmente assenti i sostegni interni alle gonne, mentre i tessuti dovevano avere la caratteristica di essere molto brillanti e luminosi per risaltare sotto le luci delle candele, così come gli ornamenti d'oro e d'argento e i veli di garza. Incominciamo così ad intravedere una moda che intende giocare con l' aspetto teatrale, e che nella ritrattistica di Van Dick durante il regno di Carlo I andrà ad interpretare anche la faccia "teatrale" del potere.

PARTE II - A carefull of majesty - Carlo I ed Enrichetta di Borbone

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Gerrit van Honthorst - Mercurio presenta ad Apollo e Diana le Arti Liberali
Hapton Court Royal Collection (3)

Non ci fu nulla di più diverso caratterialmente di padre e figlio: fra Giacomo I e Carlo I esistevano ben poche affinità. Tanto l'uno aveva un gusto vistoso ed eccessivo, l'altro era sobrio ed altero. L'uno aveva dato un'impronta decisamente libertina alla sua corte, con i favoriti, in primis Buckingham, a spadroneggiare, l'altro era casto e di costumi morigerati. Li accomunava una brillante intelligenza, l'amore per la cultura, più filosofia e teologia per il padre, passione per l'arte, soprattutto antica e rinascimentale da parte del figlio, educato da una madre dai gusti raffinati. Anche le due regine erano diversissime: Anna di Danimarca, piuttosto defilata dalla corte, dove primeggiava solo in occasione dei masques, tanto da risiedere abitualmente alla Queen's House per lei progettata da Inigo Jones; superba, intransigente, Enrichetta di Borbone, mai assoggettata al gusto inglese, strenuamente cattolica, tanto da rifiutare l'incoronazione perché effettuata con il rito protestante, di lei si disse che era rimasta totalmente francese nei sentimenti e nei vestiti. I primi anni con Carlo furono burrascosi, anche per l'ingombrante presenza di Buckingham, mantenuto nel suo ruolo di favorito, poi dopo l'assassinio di questi nel 1628, decisamente più tranquilli. Carlo, inizialmente non destinato al trono, aveva avuto un'infanzia difficile, con un corpo ingrato e gracile, che l'aveva costretto a una vita rigorosa, fatta di attività sportive e diete, per temprare il corpo e l'anima. Un viaggio in Spagna, nel tentativo di sposarne l'Infanta, lo convinse sulla importanza di un rigoroso cerimoniale a corte, e sull'intransigenza rispetto ad una troppo stretta relazione e vicinanza con i cortigiani, con i quali il padre aveva creato una sorta di promisquità cameratesca. Il suo ideale di un ritorno all'età dell'Oro, il suo sogno di Arcadia, ma contemporaneamente di carefull of majesty, pienezza di maestà, si concretizzò attraverso una politica di mecenatismo, tutto volto alla celebrazione sua e della consorte, che, sovrani ed amanti perfetti, dovevano rappresentare il culmine di ogni bene e bellezza.

Strumento cardine del messaggio politico ed ideologico l'Arte, vero istrumentum regni, con l'uso sapiente della ritrattistica e della nuova decorazione degli ambienti di Whitehall e della Banqueting House, destinata a divenire il luogo deputato dell' Olimpo in terra. Grandissimi artisti furono chiamati a questo compito. Inigo Jones, che importò gli stilemi dell'architettura palladiana in Inghilterra con l'intento di farne la nuova Attica, Rubens ed Orazio Gentileschi, l'uno impegnato nel ciclo di tele inneggianti al regno di Giacomo nella volta della Banqueting Hall, l'altro più vicino alla regina, nella decorazione della Great Hall nella Queen's House. Ma soprattutto Van Dick, il primo grande artefice dell'immagine reale, fatta di gravitas ma anche di careless romance, uno strano, inedito connubio, talmente affascinante da rimanere ineguagliato. Non si era mai visto in precedenza e difficilmente vedremo ancora un re e una regina ed insieme a loro tutta una corte, così affascinanti e nello stesso tempo naturali ed autorevoli, fare un uso supremo di quella sprezzatura che introdotta in Inghilterra con la traduzione nel 1561 di Thomas Hoby del libro Il Cortegiano di Baldassarre Castiglione, divenne, accompagnata alla geniale abilità pittorica di Van Dick, un modello per tutta una generazione di aristocratici inglesi e a cui la bellissima moda dei tardi anni '20 e dei '30, non fu senza grande influenza. La splendida e disinvolta nonchalance di quelle forme, unite in Inghilterra, all'influsso e all'amore per l'arte italiana rinascimentale, portarono ad un confluire, in una sorta di studiatissimo revival, di quelle atmosfere e di quella opulenta bellezza, in una ricercata ed esuberante, quanto effimera perfezione.

Careless romance fu chiamato questo ideale, questa mise en scéne dell'esibizione della casuale ed incantevole mescolanza di forme moda definite, invenzione e teatralità. Il tutto inneggiante a quella filosofia di vivere, che è poi un portato attardato della voga malinconica, a cui diede voce Herrick nel suo famoso poema Delight in Desorder dedicato alla sua amante Julia, scritto negli anni '30 e pubblicato nel '48 come sequenza delle sue Hesperides

A sweet disorder in the dresse
Kindles in cloathes a wantonnesse
A Lawne about the shoulder thrown
Into a fine distraction...

Lo splendido ritratto del "Roy a la chasse" dove si irradia, nella estrema semplicità delle vesti, una waistcoat, versione più sciolta del doublet, e breeches di gusto francese, la lunga cadenette su una spalla, una atmosfera di casuale eleganza e rilassata autoritas, appare così diverso da quei primi, pur attraenti di Daniel Mytens, con il re abbigliato alla moda francese dei tardi anni '20, in una sinfonia di sobri azzurro-grigi e le regalia bene in vista sul tavolo. La forte influenza che a partire dalla sua salita al trono nel 1625 ebbe la Francia nel dirigere le scelte vestimentarie in Inghilterra trova nei ritratti di gentiluomini come in quello del Barone di Belasyse di G. Jackson degli esempi di grande esaustività, ma è nei ritratti di Van Dick di giovani gallants come i Lords John e Bernard Stuart o nel grandissimo e magniloquente ritratto della famiglia del Lord di Pembroke che cogliamo tutta la raffinatezza ed eleganza di quella moda, magnificata dalla nonchalance tipicamente inglese. Le immagini della regina a cominciare da quella di pittore anonimo in una affascinante veste verde smeraldo punteggiato di luminosissime perle che disegnano fascinosi arabeschi, le tantissime dovute al pennello di Van Dick ci appaiono tutte contrassegnate dallo stesso stile, amplificato dalla naturale grazia di Enrichetta, educata alla corte paterna alla danza e alla souplesse nel portamento.

Enrichetta costruisce la sua immagine sui ritratti di Van Dick, attraverso il consapevole uso di una ritrattistica che esalta le sue virtù di casta innocenza e purezza. L'armoniosa bellezza di ritratti come quello del '32 in hongreline e jupe bianchi, illuminate di slashes minuscoli e di ricami argento, o di quello in una suite opulenta in raso giallo oro, è solo appena superata da quello della regina con paggio, vestita come per una caccia, con accessori di gusto maschile come il largo feltro piumato, o quello dove appare abbigliata in una veste di un brillante raso turchino, chiuso da spille raffiguranti piccoli cherubini. Anche i ritratti ufficiali sono bellissimi e irrituali come quello dei due sposi insieme, lei con la principessa Mary tra le braccia, e l'erede Charles ancora nella vesticciola lunga degli infanti, appoggiato al padre, Enrichetta luminosa nella morbida pienezza della sua incantevole grazia esaltata dall'oro del taffetas e dal candore dei merletti, Carlo regale ed altero nelle sue vesti scure rischiarate dalle decorazioni in argento. Affascinanti, seppur di impronta dinastica i ritratti dei figli infanti, nell'arte mai si erano visti principini così belli, paffuti, eleganti, ma anche così "bambini", pur nelle regole del vestire cortigiano. E delle tante dame, come Anne Killigrew o Lady Elisabeth Thimbley e Dorothy Viscountess Andover, o ancora Lady Mary Villiers tutti ritratti improntati a questa fascinosa mescolanza tra grazia e nobiltà, fra poesia e teatro, fra apparenza, trasandatezza studiata e alterità, in una visione di immaginifica bellezza. In tutte queste immagini Van Dick, usando abilmente abiti alla moda, elementi ripresi dal Cinquecento italiano, accessori fantastici, un disinvolto uso di déshabillés, crea una femminilità fuori dal tempo, sospesa in un mondo di poesia e fascino romantico che già William Sanderson nel suo lavoro Graphice del 1658 descriveva con queste parole: Van Dick was the first Painter that e're put Ladies dresse into a Careless Romance.

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Cornelius Johnson - Anne Uvedale, Mrs Henslowe (1635) - Verney Collection

musab32E con un sogno di Arcadia che porta molti aristocratici a travestirsi da pastori, con l'halouette in mano ed abiti semplici ed informali in una dimensione bucolica suggerita dagli sfondi paesaggistici. Una fuga dalla realtà artificiosa della corte, alla ricerca di contemplazione e quiete, nel desiderio di ricreare una retrait quasi fuori dal tempo e dalla storia, è sicuramente questa, a cui non sono ininfluenti le tante letture, dall'Arcadia di Sir Philip Sidney (1590), ai poemi italiani come l'Aminta di Torquato Tasso (1581) e Il Pastor Fido di G. B. Guarini (1584) fino ai romanzi francesi come l'Astrée di Honorè d'Urfè. L'ideale arcadico si sostanzia sempre di più per imitazione di comportamenti pseudo-pastorali, diventa gioco erudito, travestimento e finzione, ma anche probabile, necessario allontanamento da modi di vivere artefatti, con l'Inghilterra che, in un destino già segnato, nel primo Settecento diverrà la nazione dove si darà vita al giardino paesaggistico, alla filosofia sensista e alle teorie del pittoresco in pittura.

I temi pastorali ed arcadici insieme al mito e all'ideale platonico di bellezza e perfezione ripresa dalla filosofia neoplatonica fiorentina, sono anche al centro della creazione dei masques dell'età carolina di cui Inigo Jones, soprintendente del re dal 1615, fu l'ideatore di scene e costumi, ma se vogliamo, insieme a Ben Jonson autore dei testi fino al 1631, poi sostituito da William Davenant e Thomas Carew, l'idelogo di questo altro importantissimo instrumentum regni, veicolo di messaggi dalla altissima coerenza politica, attraverso i quali il re volle esemplificare la sua visione autocratica ed assolutista del potere. Le idee platoniche alla base dei masques seppur rivestite da favole simboliche dovevano restituire un'immagine di Armonia Universale che rifletteva quella del regno. L'architettura classica delle scene e la prospettiva, basate su perfetti rapporti numerici di pitagorica autorità miravano a riportare sulla terra la struttura dell'universo, mentre danza e musica andavano a restituire l'armonia delle sfere celesti, e gli dei antichi si reincarnavano nelle vesti dei sovrani e dei loro cortigiani. (4)

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Inigo Jones - scenografie per Caelun Britannicum - The Trustee of the Chatsworth Settlement (1631-32)

I masques nei cosiddetti "anni della tirannia" si succedettero ogni inverno avendo come sede la Banqueting House, con le musiche dei nuovi musicisti legati alla corte come i fratelli Henry e William Lawes. Infatti anche negli anni di Carlo I i gusti musicali non cambiarono, ancora venivano create musiche per consorts di viole, dove diventava impareggiabile Jenkins, o i songs dove Henry Lawes, influenzato da Giulio Caccini, creava armonie di fascinosa seduzione, grazie alla presenza di ornamentazioni, quali messe di voce, trilli ed esclamazioni. William Lawes scriveva invece musica per la corte per Consorts di tre lyra-viol, mentre Henry scrisse con John Milton A masque (Comus) rappresentato a Ludlow Castle il 29 settembre del 1634, con i figli infanti dell'Earl of Bridgewater come protagonisti. E naturalmente veniva scritta la musica per i masques reali che hanno ormai per assoluti protagonisti il re Carlo e la regina Enrichetta, che li vedono esaltati nella loro virtù di amanti platonici, mentre la corte stessa diventa modello di ogni virtù. In Caelum Britannicum del 1634, è Giove che vuole cambiare l'Olimpo per conformarlo al modello della corte inglese e manda dal cielo Mercurio ad informare la regina. E' soprattutto nell'abbandono di costumi lascivi e libertini che Giove intendeva, a cominciare da se stesso riformare l'Olimpo. Come Carlo ed Enrichetta portano a loro maggior vanto la reciproca fedeltà coniugale, così intende fare il Dio rinunciando alla sua vita impudica precedente. E' chiaro che Caelum Britannicum, come gli altri masque "siano una celebrazione cortigiana dei trionfi del regime assolutistico degli Stuart" (5), ma anche dell'immagine di se stesso che il re voleva dare, del suo rigore, della sua vita sobria e lontana dai vizi. Il re rappresenta l'ordine, il potere coincide con l'amore, le rivolte sono passioni fuori controllo, la natura viene assoggettata all'uomo o meglio al re che così è in grado di garantire la pace. Lo stesso tema era già stato presente in Love's Triumph through Callipolis e in Chloridia entrambi del 1631 e dedicati il primo al re e il secondo alla regina. Le perversioni dell'amore dovevano abbandonare la città di Callipolis "città della bellezza e della bontà", e il re, nel ruolo di Amore eroico, si recava a rendere omaggio alla regina, in quanto incarnazione dell'ideale neoplatonico di bellezza e virtù. In Chloridia è la regina ad impersonare Clori che porta la primavera e l'armonia. Tutto questo accadeva all'interno delle scene create da Jones, nelle quali la prospettiva faceva dei sovrani il centro ottico di una visione gerarchica del potere, con le macchine portatrici di quell'elemento indispensabile nello spettacolo barocco che era la Meraviglia. Se anche gli spettatori non comprendevano appieno le astruse simbologie di cui erano infarciti i masque, se le idee neoplatoniche che ivi si concretizzavano erano colte da pochi, tutti rimanevano sicuramente affascinati dalle illusioni teatrali che portavano la primavera nel pieno dell'inverno o ricreavano gli abissi degli Inferi o aprivano i Cieli dell'Olimpo. Era questa fascinazione che rendeva complici gli spettatori, che ammiravano la capacità degli artisti del re di creare l'illusione dell'impossibile e di dominare il mondo dei fenomeni. Ogni masque partiva dal disordine ed arrivava all'ordine, ordine ed armonia che erano portati dai sovrani, i soli in grado di governare il caos.

musab34Per la storia del costume teatrale sono importantissimi i costumi ideati da Inigo Jones per i Masques carolini. Ritroviamo, come in quelli del periodo giacobita, quel connubio affascinante tra elementi presi dal passato, le forme classiche soprattutto, ma anche quelle rinascimentali e del periodo giacobita, insieme ad elementi della moda contemporanea, quest'ultima componente grandemente apprezzata da Enrichetta. Ne è un esempio il suo costume per il personaggio di Divine Beauty in Tempe Restored del 1631, documentato anche in un ritratto di J. Hoskins. In esso i ricami stellati alludono alla Divinità così come viene descritta da Cesare Ripa nel suo trattato Iconologia. In Chloridia la regina indossa invece una veste che riporta diversi elementi pastorali come il sollevamento del lembo anteriore e le decorazioni a foglie e fiori nei toni verde, argento ed oro. In Caelum Britannicum e in Salmacida Spolia sono invece i caratteri di una romanità rivisitata ad interessare il costume del re, dove lustrini, pagliuzze, merletto metallico e ricami erano utilizzati per replicare una lorica, con un elmo fornito di grandi piume e piume anche alla vita ad accompagnare le bases.

musab34bisL'altissimo contenuto di arte e poesia di questi masques così come di tutta la produzione culturale dell'età carolina, rende ancor più tragico l'epilogo. Mentre il re e il suo soprintendente con ottimismo irresponsabile continuavano ad esibire l'illusione della creazione di un mondo perfetto sotto l'egida di un governo assoluto, la realtà vera e tangibile era quella di un popolo esasperato, di un regno agli estremi e di un puritanesimo integralista in gran parte di matrice borghese che con il suo acceso moralismo coglieva con tutta l'intransigenza possibile i vizi e gli eccessi della Corte. Nel 1640 veniva rappresentato l'ultimo masque e nel 1642 iniziava la Guerra Civile che avrebbe infiammato con i suoi orrori il regno e cancellato tutto quel mondo di bellezza. La splendida collezione di Arundel dispersa, i teatri chiusi, i masques inghiottiti nel nulla. La dittatura di Cromwell avrebbe continuato l'opera devastatrice. Ma si sa l'Arte è una fenice, anche se brucia risorge dalle sue ceneri. E così accadrà. Come sempre.

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Inigo Jones - disegno per un masque - The Trustee of the Chatsworth Settlement (1631-32)

NOTE

  1. Il contenuto allegorico del quadro di Lely è assolutamente misterioso. La donna dal seno nudo in abiti contemporanei dovrebbe essere la Poesia che appare con il seno scoperto nell'Iconologia di Cesare Ripa mentre la presenza di musicisti dovrebbe alludere alla vicinanza ideale fra Musica e Poesia.
  2. La Chapel Royal era composta di trentadue gentiluomini e dodici cantori, e provvedeva alla musica per le funzioni religiose della corte ed esisteva già ai tempi di Elisabetta I, ma i complessi di gran lunga più importanti erano quelli conosciuti sotto il nome di King's Musick, anche questi già presenti ma accresciuti e riorganizzati con gli Stuart. Nel 1625 fu istituito il Lute and Voices costituito da ventinove musicisti (diciotto cantori-liutisti, un arpista, due virginalisti, quattro violisti e quattro gambisti). Nel 1631 l'orchestra di archi comprendeva quattordici elementi divisi in cinque sezioni. Nel 1630 fu organizzata un'orchestra di fiati che comprendeva bombarde, tromboni, flauti diritti e traversi. Intorno al 1640 la King's Musick veniva così a contare circa 65 elementi. Inoltre c'erano i musicisti legati ai vari membri della famiglia reale. Il compositore e virginalista Orlando Gibbons ad esempio era impiegato al servizio del principe Carlo, oltre che essere organista della Chapel Royal e virginalista della King's Privy Chamber.
  3. Il quadro di Van Honthorst è l'esempio maggiore della volontà di Carlo I di associare la figura sua e di Enrichetta a quella degli dei dell'Antichità. In esso appaiono il re e la regina come Apollo e Diana, mentre Buckingham appare nelle vesti di Mercurio nel presentare le Arti Liberali. Tutta la corte viene trasformata in Olimpo.
  4. Roy Strong - Arte e Potere - Le feste del Rinascimento 1450-1650 - Milano 1887 p. 110
  5. Roy Strong - op. cit - pp. 253-285

BIBLIOGRAFIA

  • Ashelford Jane - The Art of Dress - Clothes and Society 1500-1914 - London 1996
  • AA.VV. - La pittura in Europa - La pittura inglese - Milano 1998
  • AA.VV. - Van Dick Painting - National Gallery of Washington - London 1991
  • Ribeiro Aileen - Fashion and Fiction - Dress in Art and Literature in Stuart England - Yale University Press 2005
  • Robins Brian - John Dowland - Goldberg n.37 dicembre 2005
  • Owens Jessie Ann - La musica inglese dalla Riforma alla Restaurazione - in AA.VV. - Storia della Musica europea - Enciclopedia della Musica - Torino 2004
  • Shakespeare William - Come vi piace - in Le commedie romantiche a cura di Giorgio Melchiori - Milano 1982
  • Strong Roy - Arte e Potere - Le feste del Rinascimento 1450-1650 - Milano 1987
  • Wittkower Rudolf - Inigo Jones, architetto e letterato - in Palladio e il palladianesimo - Torino 1984

DISCOGRAFIA

Per la discografia del periodo giacobita vedere anche la discografia del capitolo su Elisabetta I

  • Dowland Lute Songs - Alfred Deller contre-tenor - Robert Spenser luth - The Consort of Six - Harmonia Mundi
  • Dowland Complete lute works - Paul O'Dette - Harmonia Mundi
  • Songs by Henry & William Lawes - Robin Blaze countertenor - Elisabeth Kenny liuto e tiorba - Hyperion
  • If Love's a Sweet Passion - Masque & Theatre Music from C17 London - Sarah Macliver soprano - Australian Brandeburg Orchestra - Paul Dyer director - ABC Classics
  • Tobias Hume - Musicall Humors - London 1605 - Jordi Savall Viola da gamba - Alia Vox
  • Andreas Scholl - A musicall banquet - 1610 collected by Robert Dowland (1591-1641) - Edin Karamazov liuto, chitarra e orpherion - Markus Markl clavicembalo - Christophe Coin, basso di viola - Decca
  • Sublimes Discourses - Integrale de l'ouevre instrumentale de John Milton et Martin Peerson - Fretwork, Sophie Yates (virginale), Michael Change (contotenore) - Regent Record

(c) 2012 Isabella Chiappara

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