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Leonardo Vinci (arr. Handel): Didone abbandonata (1737)

Didone: Robin Johannsen (soprano)
Enea: Olivia Vermeulen (mezzosoprano)
Jarba: Antonio Giovannini (alto)
Selene: Julia Böhme (alto)
Araspe: Namwon Huh (tenore)
Osmida: Polina Artsis (mezzosoprano)

Lautten Compagney
dir. Wolfgang Katschner

Deutsche Harmonia Mundi 88985415082 (2 CD)

Leonardo Vinci mise in musica questo fortunato libretto del Metastasio nel 1726 per Roma. Oltre a Didone ed Enea, il poeta aggiunse all’intreccio Selene, sorella di Didone e anche lei segretamente innamorata di Enea, il re Jarba, pretendente respinto da Didone, Araspe, confidente di Jarba, e l’infido Osmida, confidente di Didone. Alla fine del dramma Didone, piuttosto che cedere a Jarba, preferisce morire nell’incendio di Cartagine, appiccato dallo stesso re.

Per Vinci il Metastasio apportò diverse modifiche al libretto, rispetto alla prima intonazione di Sarro a Napoli (1724). In particolare le arie con da capo furono ridistribuite in modo più equilibrato fra i personaggi: dopo l’ultima revisione (che portò all’eliminazione di quattro arie già scritte da Vinci) restarono cinque arie a testa per Enea, Jarba e Araspe, quattro per Selene e Didone, mentre Osmida dovette accontentarsi di una sola aria.

Il finale dell’opera è notevole dal punto di vista musicale: la tragica figura di Didone si impone pur senza cantare nessuna aria, con due brevi ariosi e ben sei recitativi accompagnati, in uno dei quali la sventurata regina pronuncia addirittura un’invettiva contro gli dèi (Ma che feci empi numi?). Ma anche le arie di Didone nei primi due atti sono di qualità superiore rispetto a quelle degli altri personaggi, tanto che secondo Markstrom l’opera è “dominata musicalmente e drammaturgicamente da un solo personaggio”.

L’opinione di Markstrom è probabilmente esagerata, però è innegabile che nessuno degli altri personaggi ha la statura drammatica di Didone. Non certo il debole Enea, che all’inizio non ha neppure il coraggio di confessare a Didone la decisione di partire e poi l’abbandona nel momento più tragico. Né Jarba, spinto solo dalla sete di potere e spietato spettatore della morte di Didone. E neppure Selene e Osmida, che nel finale confessano a Didone di aver tradito la sua fiducia.

Handel ebbe la partitura di questa Didone dal suo amico Jennens e ne trasse diverse idee musicali, usate in due nuove opere che stava scrivendo per la stagione 1736/37 (Arminio e Giustino). Poi decise di metterla in scena in un suo adattamento, come già aveva fatto in passato con altri pasticci basati su opere italiane (ad esempio il Catone in Utica, recentemente uscito in CD), prima dell’ultima opera della stagione (Berenice).

I rimaneggiamenti si rendevano necessari, innanzitutto, per adattare l’opera al cast che Handel aveva a disposizione. Se la parte di Didone calzava a pennello alla sua primadonna Anna Maria Strada (nella maggior parte dei casi Handel si limitò ad innalzare la parte di un tono), non altrettanto si poteva dire del ruolo di Enea, che nell’originale di Vinci era scritto per tenore: il suo John Beard non poteva reggere una parte di primo uomo, né si poteva relegare uno dei due prestigiosi castrati del cast, Gioacchino Conti e Domenico Annibali, ad un ruolo di secondo piano.

Ecco dunque che Handel decise di affidare la parte di Enea a Conti (un soprano), lasciando ad Annibali il ruolo contraltile di Jarba e tramutando invece Araspe in tenore. Questa scelta costrinse Handel a modificare radicalmente la musica scritta per Enea, riutilizzando solo due delle arie scritte per lui da Vinci. I ruoli di Didone e di Jarba subirono modifiche molto meno importanti: Strada e Annibali cantarono rispettivamente tre e quattro delle arie previste da Vinci, oltre al finale per Didone che rimase quasi intatto. Inoltre i tre cantanti principali ebbero ognuno un’aria in più, mentre i ruoli secondari furono ridimensionati: solo tre arie a Selene (Francesca Bertolli) e due ciascuno ad Araspe (John Beard) ed Osmida (Maria Caterina Negri).

Le arie sostitutive furono prese da altre opere, oppure dalla stessa Didone abbandonata (un’aria che Vinci aveva scritto per Araspe fu cantata invece da Didone). Molto spesso si trattava di arie di baule dei cantanti, oppure di collaudati cavalli di battaglia (come Vede il nocchier la sponda di Hasse, già usata nel Catone e qui riproposta con il testo del Metastasio A trionfar mi chiama). La tabella sottostante riepiloga le arie aggiunte o sostituite, con la loro provenienza.

atto

pers.

incipit

autore

opera

aria sostituita

I

Enea

Ahi lasso vorrei

?

?

Dovrei... ma no... (arioso)

I

Enea

Tra fieri opposti venti

?

?

Se resto sul lido

II

Selene

Tanto amor sì bella fede

Vinci

Semiramide

Ardi per me fedele

II

Enea

Sono intrepido nell'alma

Giacomelli

Annibale

II

Didone

Ritorna a lusingarmi

Vivaldi

Griselda

Prende ardire e si conforta

III

Jarba

Mi tradì l'infida sorte

Ristori

?

III

Enea

A trionfar mi chiama

Hasse

Euristeo

A trionfar mi chiama

III

Selene

Ch'io resti!

Hasse

Issipile

Se ti lagni sventurato

III

Didone

Già si desta

Vinci

Didone (Araspe)

III

Jarba

Cadrà fra poco in cenere

Hasse

Caio Fabricio

Cadrà fra poco in cenere


C’è anche un altro motivo che indusse Handel a questi rifacimenti: avendo usato alcuni temi della Didone nelle prime due opere della stagione, non poteva riutilizzare intatte le arie interessate da questi “prestiti”. Ecco quindi che l’aria di Didone Prende ardire e si conforta alla fine del secondo atto venne sostituita da Ritorna a lusingarmi di Vivaldi, mentre Son quel fiume di Jarba e Se vuoi ch'io mora di Didone furono ritoccate da Handel per eliminare i passaggi compromettenti.

Infine, i recitativi vennero notevolmente abbreviati per andare incontro al gusto del pubblico londinese. Venne tagliato anche uno dei recitativi accompagnati di Didone nel finale dell’opera, proprio quello che conteneva l’invettiva contro gli dèi: probabilmente Handel, ormai avvezzo da anni alle critiche di una parte dell’opinione pubblica, non voleva dare ai detrattori dell’opera italiana un altro argomento di polemica.

Malgrado tutti questi aggiustamenti l’opera mantenne una sua personalità, grazie soprattutto alla parte di Didone che era rimasta quasi intatta e fungeva da ossatura drammatica. Inoltre le arie aggiunte, anche se in alcuni casi incongrue dal punto di vista dell’intreccio, fornivano spesso un ulteriore elemento di spettacolo. Nel caso di Enea, ad esempio, Handel cercò di conferire al personaggio un tratto più eroico rispetto all’opera di Vinci. Tuttavia nel 1737 l’opera rimase in cartellone solo per quattro sere, anche a causa di alcuni problemi di salute di Handel, che gli impedirono di dirigere le esecuzioni della Didone e anche della susseguente Berenice.

Fortunatamente possiamo oggi riascoltare l’opera in tutto il suo splendore grazie a questa nuova registrazione. Il cast ha i suoi punti di forza in Robin Johannsen e Olivia Vermeulen, eccezionali interpreti di Didone ed Enea. Non solo le loro voci vellutate sono un balsamo per le orecchie dell’ascoltatore, ma anche la loro tecnica è irreprensibile: coloratura limpida, trilli luminosi e begli abbellimenti nei da capo. Inoltre il lavoro fatto nella preparazione dei recitativi è impressionante, soprattutto nel caso della Johannsen che sostiene anche le non facili scene finali con una naturalezza ed un’espressività di raro ascolto.

Il resto del cast è buono, anche se non dello stesso livello. In particolare si distinguono in positivo sia Julia Böhme (Selene) che il tenore Namwon Huh (Araspe). Peccato per la presenza di un controtenore nell’importante ruolo di Jarba: la voce artefatta di Giovannini è in spiacevole contrasto con le belle voci naturali del resto del cast. Eccellente l’accompagnamento orchestrale, magistralmente diretto da Wolfgang Katschner che si conferma uno dei migliori direttori di opera barocca in attività.

Consigliatissimo quindi questo cofanetto, mentre non posso dire lo stesso della registrazione della Didone abbandonata di Vinci uscita di recente per l’etichetta Dynamic: malgrado la presenza di un cast decente (almeno sulla carta) e di un direttore esperto di opera barocca, il risultato è deludente. Probabilmente le cause vanno ricercate in un’orchestra non avvezza al repertorio ed in una preparazione insufficiente dei cantanti. Nell’attesa di una migliore incisione del capolavoro di Vinci, possiamo perciò consolarci con questo pasticcio handeliano, squisitamente confezionato dagli interpreti.

Maurizio Frigeni, 3 luglio 2018

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