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Index / Indice

Cantate 01

GEORGE FRIDERIC HANDEL (1685-1759)

Qualor l’egre pupille HWV 152
Ne’ tuoi lumi, o bella Clori HWV 133
Notte pacida e cheta HWV 142
Dietro l’orme fugaci (Armida abbandonata) HWV 105

Roberta Mameli, soprano
Contrasto Armonico
Marco Vitale, clavicembalo e direzione

Ayros, AY-HC01

Malgrado ci siano diverse ottime incisioni delle cantate di Handel con strumenti, molte di quelle accompagnate dal solo basso continuo non sono mai state registrate finora. Eppure si tratta quasi sempre di composizioni tutt’altro che trascurabili, alle quali spesso lo stesso Handel attinse negli anni seguenti, durante la composizione delle sue opere. Ho accolto quindi con entusiasmo la notizia della prosecuzione dell’integrale delle cantate italiane di Handel, già intrapresa da Marco Vitale con Brilliant (vedi la recensione dell’ultimo volume pubblicato) ed ora continuata con la sua etichetta Ayros, dopo che un silenzio di oltre un anno mi faceva ormai temere che il progetto si fosse arenato.

Questo CD raccoglie quattro cantate risalenti al soggiorno di Handel presso il Principe Ruspoli a Roma e composte tutte probabilmente nel 1707. Ben tre di esse (e forse anche la quarta) furono scritte per il soprano Margherita Durastante (o Durastanti), una delle cantanti che più a lungo lavorò con Handel: dopo la loro collaborazione a Roma, Handel creò per lei il ruolo di Agrippina a Venezia nel 1709 e la chiamò in seguito per la prima Royal Academy (1720-1724) a Londra, dove scrisse per lei ad esempio i ruoli di Radamisto (nell’opera omonima) e di Sesto (nel Giulio Cesare). Poi dopo una parentesi di quasi 10 anni la Durastante ritornò a cantare per Handel negli anni 1733-1734 e impersonò fra gli altri Haliate, in una ripresa del Sosarme, e Tauride alla prima dell’Arianna in Creta.

Due delle cantate sono per soprano e basso continuo e costituiscono un buon esempio di quanto scrivevo sopra, infatti non mi risulta che siano mai prima approdate al disco. In particolare la cantata Ne’ tuoi lumi, o bella Clori è “uno di quegli straordinari capolavori che si fa fatica a credere siano rimasti ignorati così a lungo”, come scrive Ellen T. Harris nel saggio allegato al CD. In effetti già l’aria iniziale è notevole: il languido lamento dell’amante, stregato dagli occhi dell’amata, è accompagnato da un andamento quasi ostinato del basso, come se questo volesse prendere le distanze dal cantante. Nella seconda aria tale impressione si accentua, perché l’accompagnamento (che opportunamente Vitale affida al solo cembalo) diventa un mulinello di note, come a voler tormentare ancor di più l’innamorato respinto.

Anche la cantata Qualor l’egre pupille è estremamente interessante. La prima aria paragona il pensiero dell’amante ad una nave nel mare agitato, rappresentato quest’ultimo dalle figurazioni del violoncello. La seconda aria verrà riutilizzata in quello stesso anno da Handel per comporre il celeberrimo quartetto Se non sei più ministro di pene, che conclude la prima parte dell’oratorio Il trionfo del tempo e del disinganno. Per apprezzare in pieno questi lavori bisogna comunque rifarsi al tipo di pubblico estremamente sofisticato e colto (nonché numericamente esiguo) al quale erano destinati, così come al tipo di convenzione letteraria (la poesia arcadica) a cui facevano riferimento. Handel non compone in modo molto appariscente ma ricerca piuttosto l’aderenza al testo attraverso procedimenti musicali tutt’altro che immediati.

Le altre due cantate presenti nel CD sono invece molto più famose ed eseguite. In esse l’accompagnamento comprende anche una coppia di violini, e con l’organico strumentale aumenta pure la carica emotiva dei testi. Notte placida e cheta è la riflessione di un amante, che acquista sul finire risvolti mistici, culminando con la celebre fuga sulle parole Che non si dà qua giù pace gradita / se non altro che un sogno è la sua vita. Ma soprattutto la cantata Dietro l’orme fugaci è una vera e propria scena d’opera in miniatura, che rappresenta la maga Armida impotente di fronte alla fuga dell’amato Rinaldo.

Anche se di queste due cantate esistono diverse altre ottime incisioni, la versione che ce ne viene offerta qui è notevole per la cura del dettaglio che continua a caratterizzare l’approccio di Marco Vitale. A cominciare dal diapason basso che si usava a Roma all’epoca (la = 392 Hz) e dalla decisione di usare un solo violino per parte e di non utilizzare il violone, scelte che sono tese a restituirci quello che era il clima sonoro delle esecuzioni che lo stesso Handel dirigeva per il principe Ruspoli presso il suo palazzo, ma che non sono affatto scontate. Di fatto, la maggior parte delle altre registrazioni di queste cantate presenti sul mercato prevede un organico strumentale molto più nutrito, sicuramente adatto ad un moderno teatro ma non molto sensato dal punto di vista storico.

Se questa coerenza filologica già caratterizzava i precedenti volumi della serie, la vera novità di questo nuovo CD è la presenza di Roberta Mameli, una cantante che si è fatta già molto apprezzare nel repertorio barocco e che, dopo essersi dedicata soprattutto al Seicento, ora interpreta sempre più spesso lavori di Handel e Vivaldi: negli ultimi mesi ha cantato come Poppea nell’Agrippina e come Melissa nell’Amadigi, mentre durante la prossima estate sarà Atalanta nel Serse, Euridice nell’Orfeo di Gluck e Alinda nell’Incoronazione di Dario. E l’ascolto non fa che confermare quanto la sua popolarità sia meritata: eccellente dizione, bei trilli, ottimo controllo del vibrato e soprattutto grande padronanza dello stile dell’epoca.

È forse anche grazie alla sua presenza che in questo CD un approccio troppo rigido nell’esecuzione del recitativo, che a volte si notava nei primi quattro volumi della serie, ha lasciato il posto ad una maggiore libertà espressiva. E mi è sembrato anche di notare un aumento nella varietà e nell’entità degli abbellimenti, anche questi comunque caratterizzati, rispetto ad altre proposte discografiche, dalla grande attenzione a quella che era la prassi esecutiva dell’epoca, evitando quindi soluzioni volte solo a solleticare le orecchie dell’ascoltatore ma storicamente improbabili.

L’unico appunto che si potrebbe muovere è che alcune volte la tessitura dei brani risulta un po’ troppo grave per la voce di Roberta Mameli: la Durastante non ebbe mai un registro acuto molto sviluppato e la sua estensione vocale era probabilmente più vicina a quella di un odierno mezzosoprano. Ma si tratta di poca cosa di fronte ad un’esecuzione stilisticamente ineccepibile e che ci regala grandi emozioni.

Un CD quindi altamente raccomandato: mi auguro anzi di poter salutare presto l’uscita del prossimo album della collana.

Maurizio Frigeni, 5 maggio 2013

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