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Indice / Index

ISABELLA CHIAPPARA presenta

Et in Arcadia ego
Vanitas in pittura e in musica

Guercino e Carissimi

GuercinoEtinArcadiaego

Giovanni Francesco Barbieri - Et in Arcadia ego (1618-1622)
Palazzo Barberini, Galleria Nazionale d'Arte Antica - Roma

***

Et in Arcadia ego, uno dei motti di maggiore felicità creativa e pregnanza ideologica vide la luce a Roma nei primi decenni del Seicento, per conoscere una fortuna e una continuità di pensiero fino all'Età romantica, anche se spesso frainteso nella sua dogmaticità.

Tra il 1621 e il 1623 Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino consegnava alla storia la prima interpretazione pittorica del tema dell'Arcadia, che già dal Quattrocento coinvolgeva in particolar modo letterati di formazione umanistica. Si trattava della riscoperta della mitica Età dell'Oro, del suo mondo incontaminato da vizi, nella pienezza della felicità e dell'innocenza, e della nostalgia elegiaca di quel remoto passato ideale. Poliziano, Sannazzaro, Tasso ne furono i portatori moderni, ma il Mito ha origini molto più antiche, anche se non greche, come ci aspetteremmo.(1)

L'Arcadia esiste, è una regione della Grecia interna, non particolarmente amena dal punto di vista morfologico ed ambientale, montuosa e senza particolari attrattive, povera ed arida. Era però il regno di Pan, che si udiva suonare la siringa sul monte Menalo, e i suoi abitanti erano famosi per il talento musicale, oltre che, secondo Pausania, per la loro rozzezza ed ignoranza.

I poeti greci mai ambientarono le loro composizioni pastorali in Arcadia. Piuttosto il luogo di ogni delizia naturale era la Sicilia, dove Teocrito situò i suoi Idilli, là dove ameni boschetti, tiepide aure e prati fioriti vedevano nascere gli amori di ninfe e pastori.

L'Arcadia, come luogo mitico appare quindi nella poesia latina, ma non in Ovidio, che descrive ancora, sulla scorta di Polibio, gli arcadi come primitivi selvaggi, bensì in Virgilio, che dà corpo al mito nelle sue Egloghe, trasferendo il mondo bucolico di Teocrito dalla vera Sicilia lussureggiante ad una Arcadia utopica. Ma con questo trasforma, quello che era una realtà, in un regno della felicità posto in un lontano passato che diverrà nella riscoperta rinascimentale anche un luogo remoto. L' incongruenza fra l'essere umano e i suoi limiti, in primis la morte, e la perfezione assoluta , divenne una atroce metafora del vivere, sottoposto ad una dissonanza che per essere superata richiedeva che dovesse essere guardata attraverso gli occhi della lontananza, della malinconia e della nostalgia, diventando in questo modo sentimento elegiaco. E sarà nella Arcadia di Jacopo Sannazzaro (1502) che, abbandonando le finzioni allegoriche che ancora caratterizzavano le seducenti riproposizioni fiesolane del Poliziano, ritornano moltiplicati, quei sentimenti malinconici e nostalgici che andranno a pervadere un immenso immaginario poetico che come un fil rouge percorrerà Seicento e Settecento, innervandosi in profondità in tutte le Arti: letterarie, figurative e musicali.

Ma la frase "Et in Arcadia ego" posta a mò di epigrafe sul cippo che sostiene un teschio, davanti al quale due attoniti pastori sostano, nel quadro di Guercino, che reale significato può avere? Non è di poco conto il fatto sostanziale che l'inventore di tale frase che non compare in alcun modo in precedenza, sia il prelato Giulio Rospigliosi, patrono di artisti come Poussin e Guido Reni, oltre allo stesso Guercino, nonchè fine letterato, autore di libretti di "opere in musica" che saranno rappresentate presso il teatro dei Barberini, ma di profonda cultura gesuitica, come testimoniano le intenzioni didattiche e agiografiche di netta impronta controriformata di melodrammi come il Sant'Alessio o La vita Humana ovvero il Trionfo della Pietà, quest'ultimo ispirato all'Aminta del Tasso e al Pastor fido di Guarini, entrambi continuatori delle tematiche arcadiche.

Nell'opera di Guercino non c'è elegia, non c'è nostalgia, ma la visione cruda di una realtà brutale, quella della Morte che interviene a modificare l'idillio, a portarlo sul piano della Storia e non più del Mito. "Et in Arcadio ego", " anche io sono in Arcadia", nella traduzione dal buon latino del Rospigliosi, e non " anch'io vissi in Arcadia" come molte volte viene impropriamente interpretato. Ossia non è la tomba di un arcade quella davanti alla quale veniamo proiettati, ma è la Morte stessa, il teschio ne è il suo simbolo più pregnante, qui arricchito dalle presenze di un topo e di una moscha, i suoi attributi più noti, a mostrarci con tutta la sua atrocità la fine della bellezza, del piacere, della felicità, anche nella massima pienezza della mitica Età dell'Oro e del suo Luogo deputato, l'Arcadia del sogno umanistico. E' quindi un monito, un memento mori, una vanitas, e non una meditazione elegiaca sulla morte. E' la Morte stessa che ci parla, ci rammenta la nostra fragilità umana, ci pone davanti agli stessi interrogativi, alle stesse certezze: tutto finirà e il nostro vivere sarà stato vano.

C'è una splendida composizione di Giacomo Carissimi (1605-1674), non datata, ma di certo non molto lontana da quegli anni e da quel clima culturale, che ci riporta alle stesse tematiche: l'oratorio a cinque voci, due violini e basso "Vanitas vanitatum".

L'opera, in latino, a metà fra un oratorio, del quale però manca il narratore e lo svolgimento drammatico, e il mottetto, è in realtà una sequela di meditazioni sulla caducità della vità e la vanità delle cose mondane, che trova nella ripetizione, quasi ossessiva, ma fortemente evocativa del ritornello sulle parole "Vanitas vanitatis et omnia vanitas", il suo momento più coinvolgente e pregnante. Alle parole del solista, che descrive i fasti della vita, ricchezze ma anche saggezza, piacere e delizie, ma anche potere e prestigio, il coro non fa che rispondere che tutto è vanità:

Come l'acqua, ci disperdiamo e come una foglia
strappata dal vento, ci ritroviamo abbandonati lontano.
Siamo ingannati dai nostri desideri, traditi dal tempo
ed intrappolati dalla morte;
Tutto ciò che cerchiamo con affanno e tutto ciò che
chiediamo con insistenza è soltanto vanità
ed apparenza.
Vanità delle vanità, tutto è soltanto vanità.

La comune cultura gesuitica, Carissimi entrò nel 1630 come maestro di cappella al Collegium Germanicum et Hungaricum di Roma, il cuore pulsante della cultura e della formazione dei Gesuiti, occupando questa posizione fino alla morte, e divenendone il pilastro portante, mentre Giulio Rospigliosi diverrà cardinale nel 1657 e papa nel 1667 con il nome di Clemente IX, non può essere sottaciuta, ed è sicuramente il brodo di coltura in cui entrambe le opere vengono generate.

Sarà Poussin che tornerà alle origini dando un'interpretazione completamente diversa al tema della morte in Arcadia in un quadro dallo stesso titolo ora al Louvre, laddove l'intonazione elegiaca è assolutamente preponderante, dato che viene a mancare il teschio e quindi il relativo memento mori. Infatti è proprio con questa immagine, dove un gruppo di pastori sosta accanto ad una tomba, meditando su un dolce passato, ed evocando in chi è stato, ciò che essi ora sono, che nasce la mutazione profonda del senso della frase: non più un drammatico incontro con la morte ma una soave ed assorta comtemplazione sulla condizione umana. Dal malcelato moralismo al sentimento elegiaco in una dimensione decisamente più moderna e laica, e quindi a noi più vicina.

PoussinEtinArcadiaego

Nicolas Poussin - Et in Arcadia ego - Musée du Louvre - Paris

Se per ammirare il quadro del Guercino basterà fare una passeggiata alla Galleria d'Arte Antica di Palazzo Barberini a Roma dove è conservato, per ascoltare lo straordinario e anomalo oratorio del Carissimi ci si potrà rivolgere ad una bella registrazione dell'Ensemble La Fenice diretta da Jean Tubéry, che con grande felicità dinamica dispiega il pathos a cui ci accompagnano il coro e la ricca strumentazione , con un lirone o lira da gamba, uno dei rarissimi strumenti ad arco polivoci dell'età barocca, in grado di restituire quella ricchezza e varietà di timbri che caratterizzano il continuo di questa composizione.

Isabella Chiappara
12 aprile 2012

Note

  1. Per questo scritto mi sono basata sulla fondamentale lettura iconologica di Erwin Panofsky in: "Et in Arcadia ego": On the conception of Traience in Poussin and Watteau, in Philosophy and History, tradotto e pubblicato in: Il Significato delle Arti Visive pp. 279- 301- Torino 1962

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GIACOMO CARISSIMI

Vanitas vanitatum

Choeur de chambre de Namur
La Fenice
Jean Tubery - cornetto e direzione
Cypres - CYP 1644 (2005)

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