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Il Cinema all’Opera! Il TAMERLANO di Haendel
Teatro alla Scala di Milano, recita del 22 settembre 2017

Marita Bonetto Bevilacqua

Il Tamerlano di Haendel venne composto all’inizio del 1720 con libretto di Nicola Haym da una pièce teatrale del 1675 di Jacques Pradon dal titolo Tamerlano o La morte di Bajazet andando in scena il 31 ottobre 1724 al King’s Theatre di Haymarket.

Il successo incondizionato del Tamerlano tributato dal pubblico della Scala, in buona parte straniero ma non solo, conferma l’attrattiva delle migliori opere barocche in particolare haendeliane e d’altra parte Haendel è uno degli autori più messi in scena sui palchi internazionali d’oltralpe.

(source: Teatro La Scala)

La creazione di un complesso barocco in seno all’orchestra scaligera alla guida di Diego Fasolis, emerito direttore della Orchestra della Svizzera italiana, esperto nel dirigere opere barocche, ne è prova e ha avuto già positive critiche la stagione scorsa per il Trionfo del tempo e del Disinganno. Fasolis ora per la prima volta dirige il Tamerlano, mai andato in scena a Milano, per la regia di Davide Livermore. Il regista torinese firma anche le scene con Gio’ Forma, ha una carriera come tenore, scenografo e costumista e ora è direttore artistico del ‘Palau de les Arts Reina Sofia’ di Valencia in Spagna senza tralasciare la direzione del piccolo ma di ottima programmazione Teatro Baretti a Torino. I costumi sono di un’altra torinese, Mariana Fracasso, mentre ampio uso viene fatto dai video affidati alla Videomakers d-Wok. Si tratta di un team che collabora in maniera costante con il regista e pertanto spiega la omogeneità stilistica della messa in scena.

Il cast dell’opera è notevole con la presenza di due tra i massimi controtenori sulle scene operistiche internazionali: Benjun Metha nel ruolo del Tamerlano e Franco Fagioli (vincitore del Premio Abbiati nel 2011 per l’interpretazione della Rodelinda al Festival della Valle d’Itria a Martina Franca) di Andronico. L’inossidabile Placido Domingo, che già interpretò il ruolo al Teatro Real di Madrid nel 2008 sotto la direzione di Paul McCreesh e la regia stilizzata di Graham Vick, è Bajazet, mentre nelle due ultime recite il ruolo è ricoperto da Kresimir Spicer. Le parti femminili sono appannaggio del soprano Maria Grazia Schiavo in Asteria, già partner di Fagioli nell’Artaserse di Hasse sempre a Martina Franca e del mezzosoprano Marianne Crebassa in Irene. Il ruolo secondario ma impegnativo di Leone è interpretato dal basso Christian Senn.

Si tratta di Opera tra le più ispirate del compositore sassone e che presenta elementi innovativi. A riprova che il genio di Haendel non era mai succube dei gusti del pubblico, pur mai venendo meno alla sua vocazione di impresario teatrale, il compositore attribuisce il ruolo di vero protagonista non già a un castrato, in questo caso il Tamerlano imperatore tartaro, ma al suo antagonista Bajazet, sultano ottomano impersonificato da un tenore, l’allora Francesco Borosini famoso per essere dotato di notevole talento scenico e vocale. Il Tamerlano è pertanto opera che si presta a venire messa in scena rispondendo ai gusti attuali del pubblico che nel tenore vede la star delle voci maschili. Come nelle migliori opere di Handel si assiste a una certa caratterizzazione psicologica dei personaggi incentrata sui rapporti personali sottolineati dalla differenziazione musicale sempre varia.
Bajazet è non solo il principe oltraggiato che esprime ira e disdegno ma anche padre affettuoso; l’amore parentale è un motivo ricorrente in Haendel come in Verdi; Bajazet giunge a sacrificarsi per la amata figlia con un suicidio in scena, assai innovatore per l’epoca con notevoli effetti drammaturgici e d’altra parte il suicidio è motivo ricorrente.

In quest’opera di Haendel predomina, come anche nell’Ariodante, una atmosfera mesta dove la lotta per il potere vede alla fine i sentimenti soccombere nonostante un lieto fine che in realtà non lo è. Tamerlano, placato dal suicidio di Bajazet, acconsente alla unione tra Andronico e Asteria e sposa Irene ma tutto ciò ha un gusto amaro e il tono cupo è enfatizzato dal coro finale cui non partecipa Asteria, disperata per il padre, dove la musica dolente contrasta con il testo che si vorrebbe gaio per la riconciliazione con il Tamerlano.

Al pubblico non sfuggono anticipazioni mozartiane nel finale e negli stupefacenti terzetti e grandi scene con alternarsi di recitativi secchi e accompagnati. Ovviamente Haendel sapeva cosa il pubblico si aspettasse e quindi, pur tenendo conto dei rimaneggiamenti e diverse versioni del Tamerlano, non lesina grandi arie dove i cantanti possano dare sfoggio del loro virtuosismo. Questo in particolare vale per le arie dei ruoli ‘minori’, quasi a sorta di compensazione, di Irene principessa della Trebisonda già promessa al Tamerlano e in misura minore per Leone protagonista minore ma drammaturgicamente necessario.
Se il ruolo del sovrano crudele e raffinato allo stesso tempo, che da’ il titolo all’opera era interpretato dal castrato Andrea Pacini, le arie più sentimentali sono appannaggio del principe Andronico, eroe guerriero e amoroso ritagliato sul cantante prediletto, almeno fino al suo abbandono per altra impresa teatrale, Francesco Bernardi detto il Senesino che apre insieme a Bajazet la scena iniziale.

Il contrasto tra amore e sacrificio è enfatizzato da Asteria, all’epoca interpretata dalla famosa Cuzzoni, figlia di Bajazet, disposta a rinunciare all’amore di Andronico promettendo di sposare il Tamerlano, ma in realtà meditando di avvelenarlo e quindi di commettere suicidio, per salvare il padre. Asteria, sorta di ‘Contessa’ barocca tenera figlia e amante appassionata, ha arie di ampio respiro che tengono l’ascoltatore sospeso e coinvolto.

Il successo tributato dal pubblico va ad ascriversi in primo luogo al grande lavoro operato da Fasolis che è riuscito a porre gli orchestrali della Scala, che utilizzano strumenti storici barocchi, al passo con altri ensemble specialisti; il suono è ‘barocco’ nel migliore dei termini, caldo nelle arie più liriche ma anche asprigno il giusto nelle arie di furore sempre coinvolgente ed espressivo con una tensione continua tale da meritare gli applausi convinti del pubblico. I due altri fattori che hanno decretato l’esito positivo del Tamerlano sono la regia e la compagine vocale estremamente partecipe al progetto.

Nel caso del Tamerlano il regista ha trasposto le vicende durante la Rivoluzione Russa del 1917 mantenendo il conflitto tra dovere e amore, contrastato dalle vicende della Storia cui debbono soggiacere i protagonisti, dove Bajazet è l’anziano imperatore Zar travolto dalla storia; Tamerlano è il dittatore dominatore cinico e spietato, ritagliato sulla figura di Stalin, anch’egli di origine caucasica come il Tamerlano, mentre Andronico è l’idealista ispirato, a detta dal regista, dalle figure storiche di Lenin e Trotskij. Non ci si debba scandalizzare dalle trasposizioni in chiave moderna, purché fedeli alla partitura e allo spirito dell’opera, come peraltro si faceva comunemente nel Settecento dove i protagonisti andavano spesso in scena con abiti contemporanei talvolta rimaneggiati per evocare periodi storici passati.

(source: Teatro La Scala)

La regia ha dichiarato di essersi ispirata al film epico del 1927 del regista Sergej Mikhajlovič Ejzenštejn, commissionato dal governo sovietico in occasione del decimo anniversario della rivoluzione russa ‘Ottobre, ovvero i 10 giorni che sconvolsero il mondo’ con protagoniste le masse di operai e cittadini sullo sfondo di Leningrado in fiamme.
L’opera infatti inizia con la famosa scena della decapitazione della statua dello zar Alessandro. Il motivo ricorrente della messa in scena con molto uso di bianco e nero ambientata in inverno è una tundra attraversata da un treno con vagoni di cui uno fastoso che ricorda l’interno del palazzo imperiale dove è recluso lo ‘zar’ Bajazet. L’azione poi si sposta in un ricco Palazzo d’Inverno e in una scalinata monumentale. Sullo sfondo i combattimenti tra le fazioni avverse con ampio uso di spari, esplosioni e grida. Ispirato da una certa filmografia russa il regista accompagna le arie, come è anche uso delle odierne regie barocche, da numerosi movimenti di comprimari che animano l’azione.

Nella rappresentazione cui abbiamo assistito il pubblico dava veramente l’impressione di essere ‘a teatro’ seguendo con palese attenzione, nonostante la lunghezza dell’opera protrattasi con gli intervalli oltre la mezzanotte e mezza, la storia in scena e non solo il canto. Merito, come anzidetto, della regia particolarmente azzeccata e curata nei particolari con scene fastose e costumi molto curati che ricordavano molto il cinema muto e le atmosfere alla Dottor Zivago.

Si è già sottolineato in altri commentari che mettere in scena un’opera barocca al giorno d’oggi che venga apprezzata da un pubblico non solo di specialisti, richiede la presenza di artisti in grado di sostenere non solo vocalmente ma anche fisicamente i ruoli ricoperti e che siano dotati di notevoli capacità attoriali, anche perché le regie attuali giustamente raccontano una storia e non si limitano a considerare i protagonisti come semplici figurine sul palco, valorizzate magari da costumi di alta sartoria. Tra l’altro come giustamente ha fatto rilevare il regista anche gli spettatori delle opere del tempo di Haendel, come accadeva per le commedie shakespeariane volevano assistere a uno spettacolo teatrale oltre che sentire le prodezze delle ugole dei divi, castrati e primedonne del momento.

Il taglio cinematografico era sottolineato dalla perfetta aderenza dei cantanti ai ruoli personificati; il Tamerlano di Mehta era dittatore un po’ pazzoide nel giusto; la Schiavo figlia amorevole ma amante appassionata e Fagioli tenero innamorato un po’ indeciso nel prendere azione. Domingo aveva il phisique du role perfetto per la parte come la Crebassa, femme fatale, e Christian Senn nel ruolo di Rasputin barbuto.

(source: Teatro La Scala)

Come sottolinea Diego Fasolis in una testimonianza nel libretto edito dalla Scala, Franco Fagioli e Benjun Mehta, definiti come ‘due dei piu’ incredibili controtenori della nostra epoca ‘sono forse gli unici a poterci restituire l’emozione entusiasmante di una voce acuta in un corpo maschile con la potenza e l’estensione vocale a tre ottave che era propria dei castrati superstar del settecento’. Viste le reazioni del pubblico non si può che sottoscrivere in pieno.

(source: Teatro La Scala)

All’inossidabile Placido Domingo, che ha superato i 75 anni, va il merito di affrontare questo ruolo, già interpretato a Salisburgo in forma di concerto e al Teatro Real di Madrid in scena, con una rara umiltà e partecipazione e di attrarre un pubblico nuovo al barocco richiamato dal nome del Divo. Onori quindi a Placido Domingo che torna a un ruolo tenorile; l’artista non ha mai nascosto l’amore per il canto barocco praticato non solo in gioventù, sulle scene ha già interpretato non solo il ruolo di Bajazet, ma si ricorda anche un cameo come Nettuno nel pastiche barocco ‘The enchanted island’ al MET. Aiutato da una imponente e autorevole figura, Domingo è la vera e propria incarnazione dello Zar. È anche grazie a lui che il pubblico comprende la grande novità rappresentata dallo spazio dato da Haendel per la prima volta al ruolo tenorile di Bajazet e il terzo atto con il suicidio in scena di Bajazet vale da solo tutta la interpretazione di Domingo. Il carisma del tenore e l’anzianità di servizio alla musica fa perdonare la palese fatica nei vocalizzi, le amnesie nella prima parte; Domingo dà il meglio di sé quando Haendel diventa ‘meno barocco’ nella grande scena finale del suicidio di Bajazet e nelle scene di amore filiale con Asteria.

(source: Teatro La Scala)

Franco Fagioli e Benjun Mehta sono perfettamente calati nel ruolo, con timbri diversi, entrambi di notevole volume e proiezione; il primo dalla dizione assai curata, segno di un grande lavoro in tal senso, di virtuosismo che strappa applausi, lirico ma anche appassionato quando richiesto dal testo. Il secondo dal bel timbro accattivante inserisce una sua aria di baule ‘Sento la Gioia’ con accompagnamento di tromba, suo cavallo di battaglia testimoniato dalla incisione con René Jacobs. Per inciso anche Domingo ha diritto ad un accompagnamento di tromba nell’aria ‘Ciel e terra armi di sdegno’ che nella partitura originale non era previsto.

(source: Teatro La Scala)

Maria Grazia Schiavo segna una delle migliori interpretazioni; Asteria, sorta di contessa barocca nei suoi slanci è tenera figlia e amante appassionata, ha arie di ampio respiro che tengono l’ascoltatore sospeso e coinvolto. La giovane mezzo francese, ma già lanciata sulle scene internazionali, Marianne Crebassa ha voce notevole, elettrizza il pubblico nel ruolo di fatalona un po’ disincantata. Il basso Senn ha due arie di grande impatto in particolare ‘Nel mondo e nell’Abisso’ caratterizzando il ruolo di Leone con grande nobiltà espressiva.

La scenografia è assai curata permeata da atmosfere tipicamente russe con il treno onnipresente del primo atto sul quale è tenuto prigioniero Bajazet sul quale viaggiano anche gli altri protagonisti; di grande impatto è il palazzo imperiale del secondo atto mentre più spoglio è il terzo con la carrozza di Bajazet e la donna urlante alla vista dei cadaveri dei soldati morti che rievoca la Corrazzata Potëmkin. Indimenticabile è la scena finale che chiude l’opera dove prevale il nero, con un lampadario sfavillante e la neve che cade mentre i protagonisti infreddoliti, con Asteria dolente, palesemente non vedono l’ora di rientrare nei palazzi al caldo e lasciarsi alle spalle l’esperienza vissuta.

Quando la capacità attoriale e di tenere la scena, richiesta da questo tipo di regia che vede i cantanti molto presenti in palcoscenico, si accompagna a un canto ai vertici del barocco attuale, il pubblico, non solo di appassionati haendeliani che hanno gremito il teatro ma anche degli abbonati tradizionali, non può che tributare calorosi applausi. Una standing ovation e richiami continui hanno salutato, oltre la mezzanotte e mezza, tutti i protagonisti tributando il doveroso omaggio al grande immortale Sassone che a distanza di oltre 300 anni colpisce ancora nel segno, commuove e incanta la platea.

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(source: Teatro La Scala)

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