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CD & DVD Reviews

Indice / Index

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AGOSTINO STEFFANI
(1654-1728)

Mission

Cecilia Bartoli
Coro della Radiotelevisione Svizzera
I Barocchisti - Diego Fasolis

Decca 478 732

 

Anfione che mira l'armonia delle sfere celesti per donare ristoro al suo spirito esacerbato dagli affanni, Alarico che lancia la sua sfida al suono di trombe guerriere, una struggente richiesta d'amore di una regina arrogante con l'anima messa a nudo dalla dolce melodia di un liuto, l'ipnosi dei flauti all'unisono che accompagnano il sonno di Sabina: queste alcune delle mille sfaccettature che caratterizzano il recentissimo CD di Cecilia Bartoli. L’artista romana sigla un nuovo cammeo portando alla ribalta la musica di Agostino Steffani, uno dei più importanti compositori a cavallo fra Seicento e Settecento, anello di congiunzione fra Cavalli e Handel, che non ha bisogno di avvocati per acclarare la sua grandezza, emergente tutta all'ascolto della sua musica, ma di buone esecuzioni delle sue opere sicuramente sì. E questa della Bartoli, accompagnata da Diego Fasolis alla guida dei Barocchisti e del Coro della Radiotelevisione Svizzera, porta il sigillo dell'eccellenza, a partire dalla ricerca musicologica e storica che scandaglia nelle infinite pieghe della avventurosa vita del compositore veneto, restituita da un dettagliatissimo booklet.

Steffani nacque infatti nel 1654 a Castelfranco Veneto e divenne presto puer cantor presso la Basilica del Santo di Padova. Poi apparve giovanissimo sulle scene liriche veneziane, dove venne notato da un gentiluomo sconosciuto, forse il Conte di Tattenbach del quale divenne in seguito il protetto, che lo portò, insieme alla famiglia (il fratello Ventura Terzago fu eccellente librettista di molte sue opere) alla corte di Monaco. Lì la sua formazione musicale fu affidata al Kapellmeister Johann Kaspar Kerll. Dal 1672 al 1674 ampliò le sue conoscenze a Roma presso Ercole Bernabei, organista alla cappella Giulia, mentre negli anni '78 e '79 fu a Parigi, dove suonò alla presenza di Luigi XIV, conobbe Lully di cui ascoltò l’opera Bellérophon e studiò accuratamente lo stile francese, così importante nel prosieguo di una carriera che lo vide anche a Torino, dove fu grandemente apprezzato.

Al suo ritorno a Monaco il nuovo duca Massimiliano Emanuele II nel 1681 lo volle come direttore della musica da camera, e da quel momento fino al 1688, per la ricca e musicofila corte del giovane duca, creò cinque opere e la musica per un torneo equestre, mentre già a Roma nel '74 era apparsa una raccolta di salmi Psalmodia vespertina e nell' '85 una di mottetti Sacer Ianus quadrifons. Nel 1680 era stato ordinato prete e una carriera tutta al servizio della diplomazia e della Chiesa lo portò ad avere una sorta di vita parallela, che per lunghi periodi lo allontanò dalla musica. Come successe dopo l'intenso soggiorno alla corte di Hannover, dove divenne Kapellmeister del principe Ernesto Augusto nel 1689, scrivendo altre otto opere che furono rappresentate nel nuovo, sontuoso teatro della Opernhaus la cui ricca compagine orchestrale, nella quale con grande probabilità erano presenti numerosi strumentisti francesi, gli permise di dispiegare pienamente il suo stile.

Stile che era una sintesi perfetta fra la sontuosa sonorità tonale lullista, che traspare dai balletti e dai movimenti di danza presenti in molte arie, dalle ouverture, dall'uso di flauti ed oboi ad accompagnare la voce, e la fluida melodiosità del cantabile italiano, insieme ad un’accurata pratica del contrappunto che sta alla base dei suoi meravigliosi duetti. A metà degli anni '90 la sua carriera diplomatica lo portò a Bruxelles dove il duca di Baviera era il rappresentante imperiale, interessandosi vivamente delle questioni relative alla successione spagnola, senza però che i suoi sforzi di portare Massimiliano Emanuele a sostenere la candidatura austriaca fossero coronati da successo. Gli inizi del Settecento lo videro di nuovo ad Hannover e in seguito dal 1703 a Düsseldorf, capitale dell'Elettorato cattolico Palatino, divenendo nel frattempo Nunzio Apostolico per la Germania del Nord tentando, ovviamente senza risultati, di portare le popolazioni luterane alla fede cattolica, e nel 1707 Vescovo della lontana ed ininfluente diocesi di Spiga. Il resto della sua vita lo passò tra Padova e Hannover dove, fatto Kapellmeister, lasciò il suo posto al giovane Handel, che per tutta la vita nutrì grandissima stima per il compositore, e nel 1727 a Londra fu omaggiato con la carica di presidente della Academy of Vocal Music (in seguito Academy of Ancient Music), per la quale rimaneggiò molte sue opere e probabilmente scrisse il suo ultimo capolavoro: lo Stabat Mater.

Gli ultimi decenni della sua vita furono angustiati da pressanti preoccupazioni economiche, venendo meno la maggior parte dei suoi protettori. La morte lo colse in Germania nel 1728. E' opinione degli storici che se non avesse dedicato così grande tempo ad altre occupazioni che non fossero la musica, ben altro sarebbe stato il posto che avrebbe occupato fra i grandi compositori della sua epoca. Quello che comunque è certo è che la sua prodigiosa musica colpì enormemente ed influenzò i suoi contemporanei: da Handel che riutilizzò brani di Steffani in alcune sue composizioni, a Bononcini, a Keiser e Telemann.

Il suo stile è fatto di grazia ed eleganza. Le sue arie, quasi delle proto-arie con il da capo, si sviluppano spesso su di una "divisa" musicale, o su di un basso ostinato (pratica della quale era un vero maestro), usano in qualche caso strumenti obbligati, di un fascino molto francese, come flauti od oboi. I recitativi sono brevi e lirici, spesso accompagnati da un continuo di strumenti a corda. La scrittura orchestrale può essere con un accompagnamento sontuoso, o anche minimo: un concerto di viole da gamba per l'aria del Palazzo di Armonia della Niobe, o nella stessa una semplice tiorba. I duetti sono magnifici, con le voci in contrappunto, sia che essi siano lirici o concitati. Pagine altissime abbiamo nelle sue opere, dove la grande cultura del compositore trova modo sempre di mediare tra motto e melodia, e dove le complesse architetture sonore si distendono con brillantezza nelle danze. Le arie di bravura con strumenti a fiato, come trombe e corni, trovano in ogni opera il momento di spezzare le vaste sezioni patetiche, rivelando tutta la gamma degli affetti.

E lo Steffani migliore e meglio eseguito emerge dal CD di Cecilia Bartoli. A cominciare dalla straordinaria compagine orchestrale dei Barocchisti, ricca di 31 archi fra violini, viole, violoni e viole da gamba, di fiati ricchissimi fra i quali la smagliante tromba di Cassone, i flauti, gli oboi e i fagotti, di quattro clavicembali (suonati da personaggi del calibro di Cera, Tomei e Capuano), della dolcissima tiorba solista di Rosario Conte, in tutto altri 25 strumentisti. E il coro strepitoso della Radiotelevisione Svizzera con cantanti altrove ottimi solisti, da Silvia Piccollo a Elena Carzaniga, da Matteo Bellotto a Sergio Foresti, solo per citarne alcuni. E Philippe Jaroussky a farle da compagno in alcuni splendidi duetti, dove le voci riescono a fondersi in un tutt'uno armonico, dal fascino straordinario.

Infine il nostro mezzosoprano, che ci offre a mio avviso una delle sue migliori interpretazioni. Tutto il ventaglio di sfumature di cui è capace la sua duttilissima voce viene dispiegato, sommergendoci di delizie: dai pianissimo sospesi in una dimensione magica sostenuti da un fiato poderoso, alle messe di voce emergenti dal silenzio, alle dinamiche prodigiose portate fino alla concitazione nei brani di furore, nei quali si lancia con una sorprendente velocità, accompagnata dall'iperbolica tromba di Cassone, in colorature dal virtuosismo travolgente, ai momenti di raccolto patetismo in cui la voce ci comunica in modo incredibile gli affanni dell'anima, come nella pagina altissima, e per contenuti simbolici e musicali assai pregnante, di Anfione, il mitico musico costruttore delle mura di Tebe, che cerca sollievo, al suono delle viole, nel moto delle sfere celesti, allegoria neoplatonica dell'Armonia. Credo che non ci sia oggi artista come la Bartoli in grado di e movere gli affetti, siano essi dolore, passione, furore o amore, con tanta maestria.

Lo dimostra là dove la sua voce è accompagnata dalla sola tiorba in Amami dalla Niobe, Regina di Tebe, o nella stessa opera in Ove son chi m'aita dove Anfione, in un'aria dal patetismo esacerbato, esprime tutto il delirio dell'abbandono. O nella brillante spigliatezza con cui si muove tra le spire di una chaconne puramente francese in Ogni core può sperar dal Servio Tullio. Nel brano Palpitanti sfere belle dall'Alarico il Baltha, una vera e propria aria di sonno di lullista memoria, la sua voce si muove sinuosamente ipnotica insieme con i flauti, mentre in Notte amica al cieco Dio segue un basso ostinato in una nemesi onirica. In Svenati, struggiti, combatti, suda da La libertà contenta i ripetuti melismi sulle parole "combatti" ed "empio" ci danno tutta la violenza di un esagitato furore. Il fluire della melodia in Padre, s'è colpa in lui dal Tassilone, opera tardiva del 1709, ci restituisce un'aria patetica di grande bellezza, eguagliata, sempre nel Tassilone, dall'aria Sposa mancar mi sento con oboe obbligato, di una struggente melanconia.

La grandezza della Bartoli ritengo risieda proprio in questo comunicare, anche al pubblico smaliziato di oggi, emozioni profondissime, di giungere al cuore dell'ascoltatore con momenti di suprema ed incantata trasmissione degli "affetti", che a distanza di secoli ritrovano tutta la loro potenza evocativa. Il rifuggire dallo stereotipo del recital da diva, solo sterile rappresentazione della bravura dell'interprete, è già segno di intelligenza ed audacia. L'aver scelto poi un autore di nicchia, seppur grandissimo, come Steffani, l'aver fatto di un CD (con la solita generosità: ben 80 minuti di musica) l'ennesimo progetto di restituzione di pagine di musica obliata ma meravigliosa e meravigliosamente eseguita (inutile sottolineare che la stragrande maggioranza dei ben 25 brani sono inediti), è ulteriore testimonianza dell'ardore con cui la Bartoli si getta in questi mondi alieni che lei aiuta a far emergere dal sommerso del tempo. In questo caso accompagnata da Fasolis che è degno compartecipe di tanto splendore. Basta comparare questa interpretazione con il poco che circola registrato di Steffani: un vero baratro. Non fatevi mancare questo ascolto, per Steffani e per la Bartoli.

Isabella Chiappara, 2 ottobre 2012

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