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JOSEF MYSLIVEČEK (1737-1781)

Medonte opera seria in tre atti (Roma, 1780)

Thomas Michael Allen: Medonte
Juanita Lascarro: Selene
Susanne Bernhard: Arsace
Stephanie Elliott: Evandro
Lorina Castellano: Zelinda
Ulrike Andersen: Talete

L’Arte del Mondo
dir. Werner Ehrhardt

Sony/DHM 88697861242 (2 CD)

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Josef Mysliveček fu uno dei tanti compositori che dal nord Europa (da Praga, in questo caso) vennero nel Settecento in Italia ad apprendere l’arte dell’Opera e vi trovarono poi la loro fortuna. Oggi viene per lo più ricordato per la sua amicizia col giovane Mozart e per l’influenza che la sua musica potrebbe aver esercitato sul Salisburghese, ma il compositore boemo godette all’epoca di grandissima e meritata fama. La sua ampia produzione operistica (26 drammi per musica) è purtroppo scarsamente frequentata ai nostri giorni: solo il suo splendido Bellerofonte (scritto per Napoli nel 1766) fu portato in CD dalla Supraphon nel 1991, ma è fuori catalogo da anni.

Il Medonte è la sua penultima opera, messa in scena a Roma nel 1780 solo un mese dopo che la sua Armida aveva registrato un fiasco clamoroso a Milano (ma non per colpa del compositore). Non ebbe all’epoca un grande successo e devo confessare che anch’io all’ascolto ne sono rimasto in una certa misura deluso. Gran parte del demerito va ascritta a mio parere al libretto, che è troppo semplicistico e ripetitivo. Ma si nota anche a mio parere un certo disagio di Mysliveček di fronte a quei cambiamenti nell’opera seria che preludevano alla sua imminente scomparsa: la grande importanza del recitativo accompagnato, la maggiore brevità delle opere, il progressivo abbandono dell’aria con da capo in favore di altre forme, e così via.

Il libretto di Giovanni de Gamerra (ispirato come al solito a reali accadimenti storici) aveva avuto una buona accoglienza a Firenze tre anni prima con la musica di Giuseppe Sarti, ma evidentemente non fu molto gradito alle platee romane. La vicenda si svolge nell’Epiro, dove giunge la principessa greca Selene, promessa sposa al re Medonte. Ma la fanciulla ama invece, riamata, Arsace, valoroso comandante delle truppe epirote e quindi suddito fedele di Medonte. Il re viene a sapere dell’amore che lega i due giovani e, dopo aver finto di assecondarli, li condanna a morire e li rinchiude in un’orrida prigione. Solo l’intervento di Evandro (capitano delle guardie reali) e di Talete (nobile greco al seguito di Selene) riesce a scongiurare il peggio: Medonte, sconfitto e abbandonato dalle sue truppe, viene comunque risparmiato da Arsace, che con la sua generosità sancisce il lieto fine dell’opera.

La storia ha molto in comune col Mitridate musicato da Mozart dieci anni prima, solo che in quel caso esistono molti intrecci secondari, psicologici e politici, che collegano i personaggi e che qui invece sono del tutto assenti: a parte il terzetto principale formato da Medonte, Selene ed Arsace, gli altri personaggi non sono direttamente coinvolti nella storia e le motivazioni del loro agire appaiono deboli se non del tutto assenti. Buona parte della vicenda si svolge nella tetra prigione sotterranea da cui più volte Arsace cerca di fuggire insieme a Selene e che il de Gamerra illustra con toni grand-guignoleschi: “Non solo vi si spargeva il sangue dei rei, ma vi avevano la loro abitazione i Carnefici, e vi custodivano gl'instrumenti, de' quali servivansi per tormentare, e dar la morte a' colpevoli.

Dal canto suo Mysliveček a mio parere dà il suo meglio nelle arie eroiche, come Fra gli affanni di Arsace, Pensa che sol per poco di Medonte ed entrambe le arie di Evandro. All’epoca godette di una certa popolarità il rondò di Arsace del secondo atto Luci belle, che all’ascolto però non mi è sembrato particolarmente notevole, così come mi ha lasciato piuttosto indifferente la grande scena di Selene che lo precede. Il ruolo di Arsace fu interpretato nel 1780 dal castrato Tommaso Consoli, che aveva creato cinque anni prima il personaggio di Ramiro ne La finta giardiniera di Mozart, mentre Medonte fu affidato al famoso tenore bergamasco Giacomo David. Come usuale per Roma all’epoca, anche i ruoli femminili furono interpretati da castrati, ma per fortuna ci è stato risparmiato in questi dischi lo strazio di dover ascoltare al loro posto dei controtenori.

Questa produzione discografica è stata registrata dal vivo a Leverkusen nel dicembre 2010 (in rete si trova facilmente la registrazione della trasmissione radiofonica) ma la qualità del suono è decisamente buona. Il cast dei cantanti, pur non comprendendo grandi nomi, fa nel complesso un ottimo lavoro. Si nota soprattutto un’ottima preparazione dei recitativi e una grande cura dei dettagli nelle arie, merito sicuramente anche del direttore Werner Ehrhardt. L’orchestra è quella standard dell’opera settecentesca, con gli archi a cui si aggiungono oboi e corni, più le trombe di rinforzo nelle arie eroiche. Il continuo nei recitativi è realizzato semplicemente con clavicembalo e violoncello.

Fra i cantanti mi è piaciuta in particolare Susanne Bernhard nel ruolo di Arsace, ottima sia nei recitativi che nelle arie di bravura, mentre Juanita Lascarro (Selene) mi è parsa meno convincente nelle agilità: in particolare nel bellissimo duetto Ah se mi sei fedele che chiude il primo atto l'intesa fra le due cantanti non è perfetta. Thomas Michael Allen (Medonte) ha il suo maggior punto debole nelle note gravi, mentre la sua padronanza delle agilità è buona e soprattutto utilizza in modo appropriato la voce di testa per le note più acute. Ottima anche la prova di Stephanie Elliott come Evandro, un ruolo minore ma con due arie spiccatamente virtuosistiche.

Devo elogiare ancora una volta DHM per aver portato al disco un'opera nuova di un compositore pressoché sconosciuto al grande pubblico. Però il booklet interno poteva essere più curato: c'è un elenco delle tracce che non riporta gli incipit delle arie ed un libretto pieno di refusi nel quale manca invece l'indicazione dei numeri di traccia. Le brevi note di Wolfgang Behrens si dilungano sulla vita di Mysliveček ma raccontano molto poco delle scelte esecutive operate. Vi si apprende comunque che l'opera ha potuto essere interamente ricostruita dopo la recente scoperta di un manoscritto quasi completo a Parigi: solo il coro finale risulta assente ed è stato sostituito in questi CD da un coro preso dal Tamerlano dello stesso compositore.

Nel complesso comunque si tratta di un cofanetto molto bello, che spero apra presto la strada ad altre opere del Divino Boemo.

Maurizio Frigeni, 1 dicembre 2012

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