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GEORGE FRIDERIC HANDEL

Giove in Argo

Ann Hallenberg: Iside
Karina Gauvin: Calisto
Anicio Zorzi Giustiniani: Arete
Theodora Baka: Diana
Vito Priante: Erasto
Johannes Weisser: Licaone
Il Complesso Barocco
Alan Curtis

Virgin Classics 7231162 (3 CD)

L′opera è del 1739 ed insieme all'Oreste (1734) e all'Alessandro Severo (1738) è uno dei “pasticci” che Handel assemblò a partire (soprattutto) da sue opere precedenti. Nel 1739 Handel non aveva in programma una stagione operistica e si era dedicato unicamente all'oratorio (Saul e Israel in Egypt) dopo il progressivo disinteresse dei londinesi verso l'opera italiana (l'anno precedente Faramondo e Serse erano state accolte in modo molto tiepido dal pubblico). Senonché un'altra compagnia operistica intraprese una vera e propria “azione di disturbo”, mettendo in scena un'opera pastorale di Pescetti in contemporanea con gli oratori di Handel.

Questo spinse il caro Sassone ad assemblare in fretta e furia una nuova opera. I cantanti erano in parte quelli che avevano preso parte agli oratori della stagione: Elisabeth Duparc, detta “La Francesina” (soprano), John Beard (tenore) e Henry Reinhold (basso). La principale parte di basso fu però probabilmente affidata al giovane William Savage (19 anni), che da quindicenne aveva cantato importanti ruoli come voce bianca nell'Athalia e nell'Alcina. E soprattutto Handel inserì nel cast due nuove voci di soprano, sperando così di allettare il pubblico: Costanza Posterla, una stagionata cantante italiana casualmente di passaggio a Londra, e la sua giovane figlia Chiara. Tutti i ruoli maschili furono affidati a voci di tenore o di basso, cosa più unica che rara nelle opere italiane di Handel.

Il testo fu adattato da un libretto scritto da Antonio Maria Lucchini nel 1717. Si tratta di un'opera pastorale che descrive gli amori e gli intrighi del dio Giove, il quale per divertirsi percorre le selve dell'Argolide travestito da pastore, col nome di Arete. Le sue attenzioni si rivolgono in particolare a due donzelle: Iside, figlia del re Inaco e promessa sposa del principe egiziano Osiri (che si finge pastore col nome di Erasto), e Calisto, figlia del re Licaone. Da quelle parti passa anche la dea Diana, alla quale Calisto si rivolge in cerca di rifugio, facendo quindi voto di castità. Insomma un minestrone pseudo-mitologico dalla trama improbabile, ma che offriva ampio spazio per una grande varietà di situazioni: la gelosia di Osiri, una scena di follia per Iside, la condanna a morte di Calisto per aver violato il voto, l'irruzione di un orso... il tutto coronato dal solito lieto fine, con Giove che rivela la sua vera identità e spiega di essersi solo divertito un po’.

Le opere pastorali non sono mai state una grande fonte d'ispirazione per Handel e anche questa non fa eccezione. Tuttavia è sorprendente la grande quantità di nuova musica che Handel, malgrado la fretta, riuscì a comporre per l'occasione. In particolare per i due ruoli principali (Iside e Calisto, impersonate rispettivamente da Posterla e Francesina) Handel scrisse appositamente due nuovi ariosi, tre recitativi accompagnati e tre arie. La Posterla inoltre ottenne di poter cantare due arie ed un recitativo accompagnato di Francesco Araja, col quale la cantante aveva collaborato a San Pietroburgo un paio d'anni prima. Altre tre arie furono adattate da una versione preliminare dell'opera Imeneo, che Handel aveva già approntato ma che sarebbe stata messa in scena solo nel dicembre 1740: quindi anche queste erano nuove per il pubblico e due di esse furono affidate alla Posterla figlia nel ruolo di Diana.

La Francesina dal canto suo ottenne di cantare alcune delle arie più popolari fra quelle composte da Handel negli anni immediatamente precedenti, come Tornami a vagheggiar dall'Alcina, Combattuta da più venti dal Faramondo e Ah! Non son io che parlo dall'Ezio. La sua aria Lascia la spina è invece tratta da Il trionfo del tempo e della verità del 1737, completamente diversa da quella (oggi più famosa) che fu scritta negli anni romani e approdò poi nel Rinaldo come Lascia ch'io pianga. Ai ruoli maschili Handel non dedicò altrettanta cura: le sei arie cantate da Arete (Beard) ed Erasto (Savage) sono tutte tratte da altre opere e soprattutto ben cinque di esse sono versioni trasposte di arie originariamente per soprano o contralto, così come trasposta è la parte di Arete nel suo duetto con Calisto (tratto dal Faramondo). Si tratta di una procedura che in Handel è molto rara e testimonia della grande fretta con cui l'opera fu approntata.

Per questa registrazione è stato necessario un certo lavoro di ricostruzione, perché del manoscritto originale ci sono rimasti solo dei frammenti: in particolare è stato necessario riscrivere quasi completamente i recitativi secchi del secondo e terzo atto. Questo lavoro è stato compiuto dal musicologo John Roberts, grande specialista di Handel: fu lui che nel 2001 riuscì a rintracciare i brani di Araja utilizzati da Handel. L'ascolto è tutto sommato interessante, perché come visto è presente una buona quantità di musica nuova o comunque poco nota. Inoltre questa è l'opera di Handel che contiene il maggior numero di brani affidati al coro: ben otto, due dei quali sono ripetuti. Si tratta di cori brevi, ricavati soprattutto da Il Pastor fido del 1734 e dall'Acis and galatea bilingue del 1732, non certo paragonabili a quelli dei coevi oratori inglesi. Ma forse fu proprio il desiderio di compiacere il pubblico che applaudiva i suoi oratori che spinse Handel ad utilizzare il coro in modo tanto esteso.

Alan Curtis dirige, come suo solito, in modo piuttosto “britannico”. Ovviamente non poteva trasformare in un capolavoro quello che è un coacervo di arie approntato in fretta e furia, però avrebbe potuto cercare di imprimere all'opera maggior vigore e un passo un più spedito. Fra i cantanti l'unico che non mi è piaciuto granché è il tenore Anicio Zorzi Giustiniani, che impersona un Arete piuttosto insignificante, mentre Karina Gauvin (Calisto) e Ann Hallenberg (Iside) si disimpegnano bene nelle due parti principali. Insomma: un cofanetto dedicato soprattutto agli handeliani incalliti, il cui maggior pregio sta nella rarità della proposta.

Maurizio Frigeni, 31 maggio 2013

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