La Sala del Cembalo del

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CD & DVD Reviews

Indice / Index

falvettidiluvio

MICHELANGELO FALVETTI (1642-1692)

Il diluvio universale

Fernando Guimarães, tenore - Noè
Mariana Flores, soprano - Rad
Matteo Bellotto, basso - Dio
Evelyn Ramírez Muñoz, contralto - Giustizia divina
Fabián Schofrin, controtenore - Morte
Magali Arnault, soprano - Acqua
Caroline Weynants*, soprano - Natura umana
Thibaut Lenaerts*, tenore - Foco
Benoît Giaux*, basso - Terra

*membri del Choeur de Chambre de Namur

Keyvan Chemirani, percussioni (zarb, oud, darf)
Choeur de Chambre de Namur
Cappella Mediterranea
Leonardo García-Alarcón, direttore

Ambronay Éditions AMY026

Un grande affresco sonoro: ecco che cosa è questo Diluvio universale di Michelangelo Falvetti inciso per l'etichetta del Festival di Ambronay da Leonardo García-Alarcón alla guida della Cappella Mediterranea e del Choeur de Chambre de Namur, entrambi forti di una nutrita compagine di strumentisti, solisti, e coristi. Un affresco, o meglio uno di quegli strabilianti stucchi del Serpotta che il rutilante Barocco siciliano ci ha lasciato: a questo fa pensare l'ascolto di questo dialogo a cinque voci che fu suonato a Messina nel 1682, probabilmente nella Cattedrale della quale l'oggi misconosciuto Michelangelo Falvetti, di origini calabresi, era maestro di cappella. L'effettivo strumentale a cinque parti reali, sei in due casi, si avvicina molto a quello che i documenti riportano per la Cattedrale di Messina in quegli stessi anni.

Una partitura straordinaria, ritrovata nella Biblioteca Regionale Universitaria di Messina, mentre il libretto di Vincenzo Giattini, autore palermitano allora molto apprezzato, si trova alla Fondazione Giorgio Cini di Venezia. E non si sa se apprezzare più il libretto o la musica, tanto essi si fondono in un tutt'uno che ha del sorprendente. Difficilmente ho ascoltato musica e testo così pervasivi, così drammaticamente teatralizzati, così capaci di terribilità e di compassione, di furore e di dolcezza, di rigore e di misericordia. La divisione in 4 parti (o tempi, starei per dire, cinematograficamente parlando): in Cielo, in Terra, il Diluvio e nell'Arca di Noè, dà all'opera, a cui è difficile dare una denominazione secondo la terminologia classica, una scansione ritmica di altissima tensione drammatica.

Tutto inizia con una dolcissima sinfonia angelica nella quale irrompe con furia, interrompendola, la Giustizia divina, che chiede alla Pietà di cedere alfine alle sue istanze e di punire l'Umanità che troppo l'ha offesa. All'urlo tragico della bellissima voce contraltile della Giustizia rispondono i quattro elementi e in particolar modo l'Acqua, la brava soprano Magali Arnault, che con una breve aria ricca di melismi promette tempeste. Segue, nella seconda parte, prima un dolcissimo e lirico duetto fra Noè e Rad e poi un dialogo serrato con Dio, che pur nella sua giusta ira dona però la salvezza a Noè, concludendo però nell'esprimere tutta la sua terribilità in una sorta di "aria di furore" ante litteram: Empij mortali.

Si apre la terza parte e inizia il Diluvio, con una serie di arpeggi alla tiorba che imitano le prime gocce per poi diventare, in crescendo, una vera e propria Sinfonia di tempeste. Qui l'Umanità nel coro diviso A fuggire, con le diverse voci in imitazione, ci rende partecipi dell'angoscia e della paura che la pervade. Infine arriva la Morte, la quale, con una cavatina che a meraviglia rende l'aspetto glaciale del personaggio (Sono un'ombra fredda e pallida), accompagna con il suo passo felpato e orrifico il meraviglioso e terrificante coro E chi mi dà aita, uno dei momenti più alti dell'opera, con le voci che sembrano inghiottire il fiato insieme con l'acqua e la morte: le parole vita e morte non vengono infatti mai concluse su accordi senza risoluzione e il ritmo percotente delle note porta al parossismo emozionale.

A questo punto inizia il drammatico dialogo fra la Morte e la Natura umana, che si produce in un meraviglioso lamento in un coro a cinque, mentre la Morte festeggia la vittoria su un ritmo di tarantella. L'arcobaleno alla fine porterà la pace, celebrata da un duetto delizioso (Ecco l'iride paciera, accompagnato dalla tiorba e dalle percussioni) e da un conclusivo coro a cinque.

Mi sono dilungata nella descrizione di questa vera e propria rappresentazione sacra perché essa è imprescindibile per spiegare il puro godimento estetico che dà questa particolarissima opera, che oltrettutto è eseguita benissimo da un García-Alarcón sempre bravo, ma qui come ispirato nel voler comunicare queste incredibili emozioni. Ritmi sostenuti, frasi battenti, tutto al servizio di una retorica musicale esemplarmente restituita.

Le voci sono tutte molto buone, in particolar modo il contralto Evelyn Ramírez Muñoz, dalla bella voce scura, superbo il coro. Bellissime le percussioni, che dobbiamo ad un musicista iraniano, Keyvan Chemirani, che suona zarb, oud e darf. Questa, che può sembrare una scelta poco ortodossa, si dimostra invece funzionalissima a restituire quel senso di improvvisazione quasi "sensoriale" che è ancora vivo nella tradizione popolare, in particolar modo siciliana. Splendidi anche i fiati, cornetti e tromboni che con le loro sonorità arricchiscono le sinfonie, soprattutto quella di apertura, in contrappunto imitativo.

Insomma questo Seicento meridionale, che non finisce mai di stupirci sin dalle prime scoperte della Cappella dei Turchini, ci dona una nuova gemma e chissà quante ancora ce ne sono nelle miniere inesplorate delle nostre biblioteche. Per chi volesse ascoltare questa composizione, segnalo che su YouTube è disponibile il video del concerto tenuto lo scorso anno ad Ambronay dagli stessi interpreti.

Isabella Chiappara, 18 novembre 2011
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Nello sfondo: una veduta degli stucchi di Giuseppe Serpotta (1653-1719), nell'Oratorio dei Terziari Secolari alla Gancia (Palermo)

Arias for Anna de Amicis

Teodora Gheorghiu, soprano

Les Talens Lyriques
dir.: Christophe Rousset
Aparté AP021

Fra i dischi usciti di recente c'è anche questo, dedicato al celebre soprano Anna-Lucia De Amicis-Buonsolazzi. Nata a Napoli nel 1733, si fece una fama dapprima nel repertorio buffo e poi passò a cantare l'opera seria, dove arrivò a godere di grandissima popolarità. Si ritirò dalle scene all'inizio degli anni '80, ancora all'apice del successo.

In questo CD vengono proposte 12 arie tratte da opere che la videro protagonista: Zanaida di J.C. Bach (1763), Armida abbandonata di Jommelli (1770), Antigono di Cafaro (1770), Lucio Silla di Mozart (1772), Il Trionfo di Clelia di Borghi (1773), Romolo ed Ersilia di Mysliveček (1773) ed Orfeo ed Euridice di Gluck (a Napoli nel 1774). La scelta è interessante perché consente di ascoltare alcune arie molto belle ma pressoché sconosciute. Avrei preferito tuttavia che venisse concesso più spazio appunto alle opere meno note: inserire tutte le quattro arie di Giunia dal Lucio Silla, ad esempio, non mi sembra sia stata una buona idea, perché si tratta di brani di cui esistono già molte ottime incisioni.

Un altro motivo d'interesse del CD sta naturalmente negli interpreti, ed in particolare nella giovane Teodora Gheorghiu che Rousset vuole lanciare in questo repertorio e che ha cantato diretta da lui nella Zanaida di Bach la scorsa estate. La voce non è particolarmente bella ma di notevole agilità: il soprano rumeno riesce a sgranare con estrema facilità lunghe sfilze di note sia staccate sia legate, superando agevolmente le insidie di cui queste arie sono costellate. Il maggior difetto, a mio parere, è una certa mancanza di corpo della voce, che si nota particolarmente nelle arie più drammatiche.

Confrontando, ad esempio, la sua interpretazione di Odio, furor, dispetto di Jommelli con la stessa aria cantata da Ewa Malas-Godlewska nell'incisione dell'Armida del 1994 (diretta dallo stesso Rousset), si vede che la Malas-Godlewska è meno precisa della Gheorghiu, ma alla fine si fa preferire per una voce più drammatica, più graffiante. Per non parlare delle arie di Mozart, dove i confronti si sprecano (la Gruberova e la Piau sono i primi due nomi che mi vengono in mente) e rivelano come la Gheorghiu sia ancora forse troppo acerba per un certo repertorio. Anche da questo punto di vista, inserire nel CD quelle arie del Lucio Silla è stato secondo me controproducente.

Detto questo non voglio sembrare troppo negativo: la Gheorghiu è un'ottima cantante ed ha una tecnica strepitosa, solo che ha una voce un po' "leggera". Io credo che in un repertorio più barocco potrebbe essere maggiormente a suo agio, e comunque ha ancora tempo per maturare. Inoltre il CD contiene un panorama molto interessante dell'opera italiana negli anni 1760-1770 che, a parte pochissimi nomi, è di solito molto trascurata sia a teatro che in CD.

Maurizio Frigeni, 13 novembre 2011
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camprastrali

ANDRÉ CAMPRA (1660-1744)

Gli strali d’Amore

Roberta Invernizzi, soprano (Leonora)
Cyril Auvity, tenore (Lelio)
Salvo Vitale, basso (Il Dottore)

La Risonanza
dir.: Fabio Bonizzoni
Glossa GCD 921512

Questo disco raccoglie alcune arie italiane di André Campra, tratte da diverse sue composizioni scritte fra il 1697 e il 1712: L'Europe Galante, Vénus fête galante, Le Carnaval de Venise, Aréthuse, Les fragments de Mr de Lully, La sérénade vénitienne, Les Muses, Les fêtes vénitiennes, Le triomphe de la Folie, Les amours de Vénus et de Mars. Come ha scritto Isabella Chiappara nella sua recensione a Le Carnaval de Venise, all'epoca c'era in Francia una forte corrente di pensiero favorevole all'opera italiana, che annoverava Campra tra i suoi sostenitori: i 16 brani registrati in questo CD (arie, duetti e un terzetto finale) rappresentano meno della metà della produzione "italiana" di Campra.

L'idea di raccogliere in un CD queste arie italiane è interessante, specialmente per chi (come me) non ama particolarmente l'opera francese. Meno buona, a mio parere, l'idea di voler legare queste arie attraverso un'immaginaria "narrazione" e quindi con dei recitativi, scritti per l'occasione da Angela Romagnoli e musicati da Fabio Bonizzoni. Infatti non solo non se ne sentiva la necessità, ma il risultato alla fine risulta essere un ibrido fra una cantata a tre e un intermezzo, insomma una cosa né carne né pesce la cui plausibilità rimane piuttosto dubbia.

La storia vede come protagonista Leonora, per la quale spasimano Lelio ed il più anziano Dottore, che alla fine cederà il passo all'amore fra i due giovani. In realtà la distribuzione dei brani è molto sbilanciata a favore di Leonora, che ha ben 10 arie da sola, mentre Lelio e il Dottore devono accontentarsi di un'aria (per Lelio), di tre duetti Lelio/Dottore e di un duetto Leonora/Dottore, oltre al terzetto finale. Lo stile delle arie di Leonora ricorda Bononcini e Alessandro Scarlatti, mentre la matrice francese si avverte soprattutto nei duetti, anche per l'insolita combinazione tenore/baritono. Anche il registro di tenore acuto di Lelio, che corrisponde all'haute-contre francese, è inusuale per la coeva produzione italiana, che in questi ruoli preferiva di solito il registro di mezzosoprano o di soprano.

La musica comunque è molto piacevole ed eseguita con gusto. Roberta Invernizzi, che è la protagonista vocale, come al solito ci dà un'ottima prova: la sua voce brillante si adatta meravigliosamente a questa musica e ad un personaggio leggero e frivolo come Leonora. Non meno bravo Cyril Auvity (Lelio), che padroneggia benissimo la pronuncia e le agilità: spero di ascoltarlo più spesso anche nel repertorio italiano, oltre che nell'opera francese dove ha un nome indiscusso.

Il CD è completato da tre brevi sonate di Clérambault, inframmezzate alle arie per creare una sorta di divisione in scene. Nel complesso, quindi, un disco ben fatto e piacevole, anche se l'avrei preferito senza i recitativi posticci e magari con qualche altra aria.

Maurizio Frigeni, 13 novembre 2011
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NICOLA PORPORA (1686-1766)

da "12 Cantatas to His Royal Highness Frederick Prince of Wales" (London 1735)

Cantata n° 8: Or che una nube ingrata
Cantata n° 10: Oh se fosse il mio core
Cantata n° 9: Destatevi, o pastori
Cantata n° 11: Oh Dio, che non è vero
Cantata n° 7: Veggo la selva e il monte
Cantata n° 12: Dal povero mio cor

Iestyn Davies, controtenore
Ensemble Arcangelo
Jonathan Cohen, violoncello e direzione
Hyperion CDA67894

In questi giorni è uscito un cd estremamente interessante, oltre che molto ben riuscito musicalmente, di cantate di Nicola Porpora che vede come interpreti il controtenore Iestyn Davies accompagnato dall'Ensemble Arcangelo diretto da Jonathan Cohen. Si tratta delle celebri dodici cantate che Porpora musicò per il Principe del Galles Frederick Louis, su libretto di Metastasio, edite a Londra nel 1735 con un'entusiastica dedica al Principe, ma probabilmente scritte negli anni precedenti. Queste Cantate furono eseguite da Farinelli a Corte, davanti ad un estatico Frederick, che sappiamo amava moltissimo la musica tanto da suonare egli stesso il violoncello e da diventare patrono dell'Opera of the Nobility al Lincoln's Inn Fields, in competizione con il King's Theatre in Haymarket, sponsorizzato dal re in persona e che aveva in Handel il maggiore musicista-impresario.

Le cronache raccontano come spesso Farinelli si recasse a Corte, passando ore con il Principe che si dilettava ad accompagnarlo, come avvenne ad esempio il 1° luglio 1735 quando, è lo stesso cantante a scrivere, tutta la giornata trascorse tra canto e suono, dato che lo stesso Farinelli suonava al clavicembalo.

In realtà nell'edizione londinese non c'è menzione di alcun autore, men che meno di Metastasio, e lo stesso Poeta Cesareo, dalla brillantissima carriera viennese, mai diede gran peso a queste opere giovanili, come egli stesso scrisse al suo editore veneziano Bettinelli nel 1734 misconoscendone l'autorevolezza, e solo nel 1748, dietro una precisa richiesta dell'editore di Dresda Walther, Metastasio confermerà la circolazione di "qualche cantata... in forma corrotta fra gli amanti della poesia... ma non sono più di dodici o quattordici". In realtà nessuno né oggi né in passato ha mai messo in dubbio l'autografia di queste Cantate, ciò che testimonia i contatti avvenuti a più riprese fra Porpora e Metastasio già prima del 1735, come nel 1719-22 a Napoli, nel 1722-23 a Roma e nel 1726 a Venezia. Già nel 1784 Saverio Mattei, un noto enciclopedista corrispondente di Metastasio, le cita in una lettera all'editore Giuseppe Orlandi, collezionista di opere del Poeta.

Dal punto di vista poetico le Cantate sono bellissime, decisamente superiori a quelle di altri autori contemporanei, come ad esempio la n° 8 dove si narra, traendolo dalle Metamorfosi di Ovidio, l'amore infelice della ninfa Clizia, trasformata in eliotropio, per Apollo-Sole, o la Cantata n° 9 di soggetto pastorale, con la splendida aria Nei campi e nelle selve magnificamente intonata da Porpora in una struggente siciliana con flauto obbligato.

Nel CD della Hyperion di cui stiamo parlando le Cantate registrate sono state quelle dal n° 7 al n° 12 e dobbiamo sperare che l'editore abbia in mente di incidere anche le prime sei, data la loro bellezza. Qui Porpora dispiega tutta la sua bravura di eccezionale melodista e pur non eccedendo nei virtuosismi delle coeve Opere Serie londinesi - la dimensione intimista della loro esecuzione privata non lo esigeva - il musicista richiede al suo celeberrimo pupillo Farinelli tutto ciò che era quasi il marchio di fabbrica della sua Scuola, quali superbe messe di voce e lunghi trilli sulle note tenute, frutto di un assoluto controllo del fiato.

Le cantate, tutte molto belle come dicevo, hanno forse il momento più alto nella già citata Or che una nube ingrata, un malinconico arioso di struggente bellezza, nell'aria Sento il misero piacer (sempre dalla cantata n°8) e nell'arcadica Veggo la selva e il monte (n°7).

L'esecuzione è molto buona, con il controtenore Iestyn Davies che si produce con grazia ed eleganza, riuscendo anche a venire incontro con sicurezza a ciò che richiede di ardito il testo musicale. Il suo timbro è bello, morbido senza le solite sbiancature che affliggono spesso i cantanti di scuola anglosassone, e l'Ensemble Arcangelo accompagna con finezza di strumentazione.

Insomma un CD che consiglio a tutti coloro che amano il barocco di Scuola napoletana, ma anche a tutti i curiosi che vorrebbero sempre più conoscere l'opera poetica di Pietro Metastasio.

Isabella Chiappara
9 novembre 2011Torna alle Recensioni

porporacantatas
agrippinajacobs

GEORGE FRIDERIC HANDEL (1685-1759)

Agrippina
Venezia 1709

Alexandrina Pendatchanska (Agrippina)
Jennifer Rivera (Nerone)
Sunhae Im (Poppea)
Bejun Mehta (Ottone)
Marcos Fink (Claudio)
Neal Davies (Pallante)
Dominique Visse (Narciso)
Daniel Schmutzhard (Lesbo)

Akademie für Alte Musik Berlin
dir. René Jacobs
harmonia mundi HMC952088/90 (3 CD + DVD)

Come già accadde con altre sue incisioni handeliane degli scorsi anni, anche questa nuova prova di Jacobs ha suscitato in me sentimenti contrastanti. Da una parte non posso non apprezzare una realizzazione che supera indubbiamente le precedenti registrazioni dell'opera. Non che questo fosse difficile, in verità: dell'Agrippina si trovano in commercio le due vecchie versioni dirette da Gardiner e McGegan (1991 e 1992) che hanno dei cast di livello molto variabile e soffrono di una certa statica uniformità nella resa dei recitativi, mentre la versione più recente di Malgoire (2004) è più vivace dal punto di vista teatrale ma è abbondantemente tagliata e tutt'altro che ottimale per quanto riguarda i cantanti.

D'altra parte, però, non posso nascondere l'irritazione di fronte a certe scelte di Jacobs, come se per riproporre un'opera barocca in teatro fosse necessario ricorrere ad una serie di artifici e mezzucci (su cui dirò in seguito) che sono estranei a quella che era la prassi nei teatri d'opera del Settecento. Jacobs aveva già portato in scena quest'opera una decina d'anni fa (fra il 2000 e il 2003) e già allora diverse sue scelte mi avevano fatto storcere il naso. All'epoca però aveva dalla sua un cast mediamente superiore a quello schierato in questi dischi e capeggiato da una Anna Caterina Antonacci in stato di grazia.

Ma andiamo con ordine. Agrippina è una delle prime opere di Handel, risalente ancora al periodo italiano del compositore (la prima andò in scena al Teatro San Giovanni Grisostomo di Venezia il 26 dicembre 1709). Il libretto narra le vicende, gli amori e gli imbrogli alla corte dell'imperatore Claudio, con un tono molto più prossimo alla commedia che alla tragedia. La prima cosa che si nota è che Jacobs ha deciso di ritagliarsi una sua versione andando a ripescare diverse cose che erano presenti nella primissima versione manoscritta (probabilmente stesa a Roma) ma che poi erano state scartate dallo stesso Handel a Venezia, a ridosso delle recite.

In particolare, nel secondo atto l'aria di Claudio Basta che sol tu chieda è stata sostituita dalla cavatina dello stesso Claudio Vagheggiar de' tuoi bei lumi. Nel terzo atto la scena negli appartamenti di Poppea (degna di una commedia di Feydeau) è stata notevolmente cambiata: Jacobs ha eliminato le due arie che Ottone e Nerone cantano prima di nascondersi ed ha inserito invece l'aria di Poppea Chi ben ama che è semplicemente la prima versione della celebre Bel piacere. Al posto di quest'ultima aria Poppea canta Esci o mia vita, rimaneggiamento di Se la bellezza tratta da Il trionfo del Tempo e del Disinganno. Al termine della scena l'aria di Ottone Pur ch'io ti stringa al sen è stata sostituita dal duetto con Poppea No, no ch'io non apprezzo, parodia di Sì, sì lasciami ingrata del Duello Amoroso (HWV 82) e riciclato anni dopo nel duetto finale del Poro Caro, vieni al mio seno. Infine, tutta la scena conclusiva di Giunone è stata eliminata.

Jacobs difende le sue scelte sostenendo che le due arie che Ottone e Nerone cantano a casa di Poppea rompono il flusso dell'azione e che esse sarebbero state imposte a Handel dai cantanti. Può darsi che ciò sia vero, ma può anche darsi che Handel intendesse semplicemente modernizzare un po' un libretto che era ancora rimasto fedele in gran parte ai canoni operistici di vent'anni prima e che quindi poteva non essere più gradito al pubblico. In ogni caso sarebbe stato preferibile avere almeno in appendice le arie tagliate, magari in sostituzione dell'inutile DVD allegato, che contiene spezzoni tratti da una (bruttissima) messa in scena di Berlino dello scorso anno, realizzata da Jacobs con gli stessi cantanti.

Rispetto al 2000 Jacobs sottolinea di meno il carattere di commedia che ha l'opera. Forse dieci anni fa aveva esagerato nel senso opposto (complice anche la regia teatrale) ma nel complesso il risultato era secondo me più convincente rispetto ad ora. E poi, come scrivevo più sopra, l'altra cosa che mi ha colpito è il persistere, anzi l'esacerbarsi, della mania di Jacobs nel voler manomettere la partitura. E così ci tocca ascoltare dei recitativi secchi che sembrano dei recitativi accompagnati, con un continuo ipertrofico in cui spicca un organo molto invadente e dove gli strumenti intervengono in modo tutt'altro che naturale, tanto che a tratti si ha l'impressione di ascoltare musica del Novecento anziché un'opera di Handel. Ed in fondo questo è vero, perché nei recitativi si ascolta molto più Jacobs che Handel.

Ma non basta: si sprecano i casi in cui un personaggio interviene senza aspettare che l'altro abbia finito di parlare, con i due recitativi che quindi si sovrappongono. Oppure Jacobs a volte interpreta a modo suo la prassi degli abbellimenti nel da capo, facendo suonare le variazioni a tutta l'orchestra anziché al solista (si ascolti ad esempio l'aria di Agrippina Ogni vento ch'al porto lo spinga alla fine del secondo atto). Insomma: invece di dare ascolto ai molti critici che negli scorsi anni l'hanno rimproverato perché interveniva in modo inutile e antistorico sulla partitura, Jacobs pare che si diverta a fare ogni volta peggio. Ma stavolta, secondo me, ha decisamente passato il segno.

A parte le intemperanze di Jacobs, comunque, anche i cantanti non brillano, soprattutto se confrontati con l'ottimo cast che Jacobs aveva schierato dieci anni fa. Nella recensione all'opera Sesostri di Terradellas elogiavo Sunhae Im e Alexandrina Pendatchanska, ma in questo caso non mi hanno convinto del tutto. La cantante coreana non sembra molto a suo agio nella parte di Poppea e soprattutto i suoi recitativi sono meno curati. Lei è l'unica del cast ad essere cambiata rispetto alle recite dal vivo del 2010 e questo può spiegare la preparazione non ottimale della parte, anche se le sue arie sono comunque molto ben cantate e la sua prestazione è nel complesso superiore a quella delle sue rivali nelle altre edizioni in CD.

La Pendatchanska dal canto suo si trovava benissimo con un personaggio monocorde come Nitocri ma qui nel ruolo molto più variegato di Agrippina non sempre riesce ad essere convincente. La tragedia, verrebbe da dire, le si confà molto più della commedia. E poi non solo deve fare i conti con l'ottima Antonacci di dieci anni fa ma anche con delle rivali discografiche di un certo peso (Della Jones con Gardiner e Véronique Gens con Malgoire). Jennifer Rivera impersona Nerone in modo secondo me pessimo: si ha l'impressione che si sia sforzata di sbiancare la sua voce, perdendo così la naturalezza dell'emissione. Non so l'idea sia stata sua o di Jacobs, ma in ogni caso si è trattato di una pessima idea.

Bejun Mehta è il solito controtenore che ormai siamo rassegnati ad ascoltare come Ottone, anche se Handel nel 1709 aveva una donna a cantare quel ruolo. La sua è una prestazione senza infamia e senza lode: non mi è piaciuta in particolare la grande aria Voi che udite il mio lamento per la povertà degli abbellimenti nel da capo. Fra gli altri cantanti spicca in negativo Dominique Visse, che avrebbe dovuto smettere di cantare 20 anni fa, tanto la sua voce è ormai usurata, anche se in CD cerca in tutti i modi di tenere a bada l'intonazione precaria ed evita le sue solite gag sguaiate.

Per concludere: un cofanetto che probabilmente batte la concorrenza ma che alla fine lascia l'amaro in bocca, soprattutto per le stramberie di Jacobs. Il mio consiglio spassionato è quindi quello di evitare di comprarlo e procurarsi invece in rete la registrazione radiofonica della rappresentazione di Parigi del 2000, con un cast migliore e uno Jacobs un po' meno irritante.

Maurizio Frigeni
23 ottobre 2011Torna alle Recensioni

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