La Sala del Cembalo del

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CD & DVD Reviews

Indice / Index

germanico2

GEORGE FRIDERIC HANDEL (?)

Germanico (serenata a sei)

Germanico: Sara Mingardo
Agrippina: Maria Grazia Schiavo
Antonia: Laura Cherici
Lucio: Franco Fagioli
Celio: Magnus Staveland
Cesare: Sergio Foresti

Ensemble Il Rossignolo
Coro Il Rossignolo
Ottaviano Tenerani, direttore e cembalo

Sony/DHM 88697860452 (2 CD)

Agli inizi di quest’anno la comunità di esperti ed appassionati Handeliani è stata scossa dall’annuncio che la Sony/DHM avrebbe pubblicato in Giugno la prima incisione mondiale di un’opera di Handel finora sconosciuta e scritta durante il suo soggiorno italiano (1706 – 1710). Autore del ritrovamento e principale responsabile del successivo lavoro di attribuzione era stato Ottaviano Tenerani, cembalista, co-fondatore e direttore dell’orchestra Il Rossignolo, che avrebbe poi inciso l’opera per la Sony. Secondo le indicazioni date dallo stesso Tenerani, l’opera, di cui non c’è traccia nei cataloghi passati e presenti del compositore, era stata ritrovata nel 2007 nel corso di una ricerca presso il fondo storico della biblioteca del Conservatorio Cherubini di Firenze e porta una chiara indicazione del suo autore (“del sig. Hendl”) nel frontespizio.

Sebbene non sia la prima volta che vengano riscoperte delle composizioni barocche anche di autori conosciuti e sebbene il periodo italiano di Handel non sia ben documentato, un ritrovamento di tale consistenza rappresenterebbe un evento eccezionale ed estremamente importante per la conoscenza di Handel in particolare e per la musica barocca in generale. Diversi studiosi Handeliani, però, hanno ben presto espresso i loro dubbi sull’attribuzione handeliana della composizione e sulle prove fornite a sostegno di questa tesi. Tra i maggiori problemi, il fatto che l’opera non mostri traccia di prestiti verso lavori successivi del compositore, cosa che renderebbe il Germanico davvero unico non essendoci praticamente composizione del periodo italiano che non sia stata saccheggiata da Handel in futuro per tutta la durata della sua vita. (Su questi problemi si veda ad esempio un articolo di Carlo Vitali, tradotto in inglese a partire dall’originale italiano pubblicato su Classic Voice.) Questi dubbi non hanno comunque fermato la Sony nel pubblicare l’incisione in pompa magna come una “prima registrazione mondiale di un capolavoro operistico recentemente scoperto di G.F. Handel”. Di fronte a questo cofanetto c’è quindi la doppia curiosità di capire se siamo effettivamente di fronte ad un lavoro dimenticato del giovane Handel e se sia interessante a livello musicale tout court.

Vista la grande attenzione sulla questione dell’attribuzione, inizio con l’esporre la mia idea, che va letta considerando che non sono un musicologo ma solo un musicofilo con una particolare passione handeliana. Personalmente, ritengo che questo "Germanico" Handel non l'abbia visto nemmeno da lontano. Può darsi, certo, che un giovane Handel appena arrivato in Italia abbia fatto delle prove di gioventù prima di assimilare – e soprattutto personalizzare - lo stile italiano, ma quest'opera è molto distante da qualunque cosa conosca del periodo italiano di Handel. La musica suona decisamente "vecchio stile" sin dall'ouverture, che per me è quanto di più scarlattiano (padre) si possa sentire. Le parti orchestrate in generale hanno un tessuto molto denso e polifonico, e manca quel gusto della melodia già ben presente nelle composizioni italiane di Handel. Molte arie sono accompagnate dal solo basso continuo, una tecnica utilizzata dallo Handel italiano con relativa parsimonia. C'è inoltre un particolare curioso in diverse di esse: una coda (e talvolta una testa) strumentale basata sul materiale melodico dell'aria, una tecnica frequente nell’ultimo quarto del '600 in Italia e non solo (Purcell la usa spesso nelle arie delle sue odi, ad esempio) ma estremamente rara in Handel, che già in Italia impiega uno stile più “moderno”.

Anche le arie con accompagnamento strumentale (spesso uno strumento obbligato che dialoga o gareggia con la voce) hanno un linguaggio che non riconosco come handeliano. Limitandomi ad un esempio, l'aria con cembalo obbligato "Par che palme a palme intessa" è lontana anni luce da analoghi assoli del Trionfo del Tempo, composto per Roma nel 1707 e quindi temporalmente vicino al Germanico. Anche una delle “prove” addotte dagli autori per dimostrare l’origine handeliana della composizione è secondo me piuttosto caratteristica del contrario. Si tratta del recitativo accompagnato “Dopo cento anni e cento” in cui la voce fluttua sopra gli arpeggi del violino solista, sullo stile di un analogo movimento della cantata “Da quel giorno fatale” (Delirio amoroso) HWV 99. Sebbene in effetti sia vero che la struttura dei due recitativi sia molto simile inizialmente, in questo Germanico l’arpeggiare dura quasi ininterrottamente per l’intero accompagnato (quasi tre minuti), con un risultato finale piuttosto monotono che non riesco proprio ad immaginare dalla penna di un talento innato del teatro come Handel. Non a caso, infatti, nella cantata l’arpeggio si interrompe dopo una quarantina di secondi e la struttura del recitativo cambia.

Comunque, Handel o non Handel, l’opera vale la pena di essere ascoltata o no? Essa si inquadra chiaramente nello stile della cantata o serenata celebrativa, dalla consistente lunghezza (circa un’ora e venti minuti) e narra del ritorno in trionfo di Germanico, figlio adottivo dell’imperatore Tiberio e insigne generale romano, dalla sua campagna militare in Germania nel 16 d.C.. La serenata è in atto unico e mostra una struttura interna tripartita, come indicato dal libretto di accompagnamento: una prima parte ambientata in pubblico, con l’accoglienza trionfale di Germanico a Roma; una mediana in privato, che descrive l’incontro di Germanico con la madre Antonia e la moglie Agrippina; ed una terza che unisce le due e costituisce il ponte per il riferimento celebrativo, tramite un sogno fatto da Germanico stesso in cui l’“Aquila invitta” gli indica il futuro apparire di un “biondo garzon” proveniente dalla Germania meridionale che sarà erede dei Cesari e che viene convenzionalmente indicato come portatore di una nuova età dell’oro. Come d’uso, il nome del destinatario non è espressamente indicato, ma i riferimenti sono sufficientemente precisi per identificarlo, secondo Carlo Vitali, in Giuseppe d’Asburgo, re dei Romani e d’Ungheria, arciduca d’Austria e imperatore d’Austria dal 1705 col nome di Giuseppe I. Va notato che questa identificazione sarebbe un ulteriore elemento contro l’attribuzione della cantata ad Handel, in quanto il testo non sarebbe più appropriato dopo la nomina di Giuseppe ad imperatore, avvenuta nel Maggio del 1705, mentre Handel è arrivato in Italia nel 1706.

Il libretto, costruito attorno ad un erudito parallelo tra la campagna sul Reno di Germanico e i successi militari del destinatario del libretto (molto probabilmente nel quadro della guerra di successione spagnola che stava impegnando la maggior parte delle potenze europee dal 1701), è uno dei classici esempi di trama inesistente che caratterizza queste cantate celebrative, di cui la vivaldiana Senna Festeggiante è uno dei più noti esempi. Infatti nulla di rilevante accade durante lo svolgimento della serenata: nessun contrasto, nessun inciampo, tutti i personaggi decantano in armonia le lodi di Germanico ed ovviamente tramite lui il destinatario reale della celebrazione. Elevato il numero di solisti: ben sei. Nonostante il centro della celebrazione sia collegato ad eventi bellici, la distribuzione delle arie favorisce i personaggi di ambito privato. Oltre ovviamente a Germanico (4 arie più l’accompagnato citato sopra), il maggior numero di arie va alla moglie Agrippina (4) e la madre Antonia (3). I due consoli Lucio e Celio e il Cesare (Tiberio, non nominato esplicitamente) svolgono fondamentalmente il ruolo di cheerleaders con 2 arie a testa. La struttura della serenata è basata sulla classica alternanza recitativo-aria, con l’aggiunta di un terzetto Germanico-Agrippina-Antonia e qualche sparso intervento del coro: due brevissimi incisi all’inizio, uno poco prima del sogno di Germanico (indicato come “aria a 6”) e il consueto coro conclusivo. Va segnalata infine la vasta tavolozza di colori, visto che oltre agli archi l’orchestra si arricchisce di 2 trombe, 2 oboi e 2 viole da gamba: evidentemente il committente aveva avuto in mente una celebrazione in grande stile. L’incisione esibisce inoltre un continuo particolarmente ricco, con fagotto, cello, contrabbasso, arciliuto, tiorba e chitarra, oltre ovviamente al clavicembalo, per variare il gusto dei recitativi e delle arie al basso continuo. Chiunque sia, l’autore riesce a dare un certo movimento all’opera malgrado la staticità della vicenda, attraverso una serie di arie di squisita fattura, dalle belle invenzioni melodiche – e in alcuni casi contrappuntistiche –, e alternando sapientemente gli affetti.

Nonostante un suono talvolta un po’ troppo secco, l’orchestra Il Rossignolo si comporta bene ed accompagna degnamente un cast di solisti di alto livello. La Mingardo è leggermente in affanno nelle note basse (la parte di Germanico è piuttosto giù) ma è un dettaglio all’interno di una performance molto convincente. Brava Maria Grazia Schiavo come Agrippina, mentre convince un po' meno Laura Cherici, che nella parte di Antonia esibisce una voce piccola e leggermente aspra. La Cherici inoltre ha un timbro vagamente infantile associabile con fatica al personaggio della madre di Germanico. Forse a livello drammatico sarebbe stato meglio che la Schiavo e la Cherici avessero invertite le parti, ma musicalmente Agrippina ha diverse arie patetiche che si adattano perfettamente alla bella voce della Schiavo. Le parti secondarie reggono bene: il controtenore Franco Fagioli (Lucio) ha un timbro un po’ opaco e non particolarmente attraente, ma infila molto bene le agilità. Magnus Staveland (Celio) ha un italiano un po’ artificioso, cosa ancora più evidente essendo tutte le altre parti cantate da italiani, ma passa bene la (francamente non esaltante) parte di Celio, e Sergio Foresti è molto bravo come Cesare. Fa rimanere un po’ perplessi la scelta di Tenerani di far eseguire le limitate sezioni corali ad un vero e proprio coro da camera invece che, come probabilmente era il caso, dall’insieme dei solisti. L’effetto è comunque gradevole.

Il cofanetto si completa in appendice di una seconda versione di tre arie che mostrano un’orchestrazione alternativa, con l'aggiunta di un secondo violino. Francamente, la differenza tra le due versioni quasi non si sente, ma va riconosciuto agli esecutori il desiderio di voler registrare l’integrale del manoscritto. Per contro, va notato che senza queste tre arie la serenata sarebbe potuta stare in un solo CD. Il libretto di accompagnamento è piuttosto deludente in quanto vi vengono ripetute solo le informazioni sull’analisi compiuta da Tenerani sull’opera in favore dell’attribuzione handeliana, già note precedentemente e disponibili comunque a tutti nel sito dedicato all’incisione. Non si parla quindi quasi per niente del pezzo in sé concentrandosi quasi esclusivamente sulla questione dell’attribuzione.

In conclusione, a parte il problema dell’autenticità handeliana, questa è comunque un’incisione molto buona di un’opera interessante (a parte un paio di momenti di stanca, specie nel secondo CD) del primo settecento italiano, dotata anche di una qualche curiosità ed interesse storici legati al destinatario della celebrazione.

Luca Maltagliati
6 luglio 2011
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olimpiadepergo

GIOVANNI BATTISTA PERGOLESI (1710-1736)

L'Olimpiade

Raffaella Milanesi – Aristea
Ann-Beth Solvang - Argene
Olga Pasichnyk - Megacle
Jennifer Rivera - Licida
Martin Oro - Alcandro
Jeffrey Francis - Clistene
Markus Brutscher – Aminta

Academia Montis Regalis
Alessandro De Marchi

Sony/DHM 88697807712 (3 CD)

Finalmente abbiamo in CD una degna registrazione di quest'opera fondamentale! L'unica altra versione in catalogo risale al 1992 (3 CD Arkadia), ma è per molti versi insoddisfacente: un cast modesto, un direttore non certo specialista nel repertorio barocco (Marco Armiliato), un'orchestra di second'ordine e soprattutto dei recitativi pesantemente tagliati. Una versione più confacente dal punto di vista stilistico fu diretta a Beaune nel 2003 da Ottavio Dantone con un discreto cast, ma anche in questo caso l'opera fu largamente abbreviata, anche sacrificando alcune arie. Invece in questa incisione non solo le arie ma anche tutti i recitativi sono stati mantenuti senza operare alcun taglio e già questo basterebbe di per sé a fare di questi CD un must per tutti gli amanti dell'opera barocca.

L'Olimpiade è senza dubbio uno dei libretti più riusciti del Metastasio, messo in musica innumerevoli volte a cominciare da Caldara (1733) e Vivaldi (1734). Pergolesi vi approdò nel 1735 e, anche se alla prima romana non ebbe l'eco che meritava, l'opera fu ripresa più volte negli anni successivi e soprattutto varie copie delle singole arie cominciarono subito a circolare per tutta l'Europa. Rispetto alla versione originale Pergolesi introdusse comunque alcuni cambiamenti nel libretto, soprattutto per poter riutilizzare in questa opera cinque arie già composte per l'Adriano in Siria (andato in scena a Napoli 3 mesi prima dell'Olimpiade) e inoltre per la non disponibilità di un coro, ciò che lo costrinse a tagliare o sostituire alcuni brani.

L'opera comunque è magnifica e lo stile di Pergolesi emerge soprattutto nelle grandi arie sentimentali, più che nei pezzi di bravura. Alessandro De Marchi ce ne dà una lettura a mio parere molto appassionata e coinvolta, a partire dalla cura con cui ha condotto i recitativi, che nelle sue mani diventano molto piacevoli da seguire. I tempi non sono mai affrettati, ma allo stesso tempo viene sempre mantenuta la giusta tensione musicale. In orchestra De Marchi schiera ben 11 violini, 3 viole e 3 violoncelli, oltre a 2 oboi, fagotto, corni, trombe e timpani. Interessante la sua decisione di dividere il continuo in due gruppi, che si alternano nei recitativi: il primo gruppo è formato da violoncello, tiorba e clavicembalo (suonato dallo stesso De Marchi) mentre il secondo gruppo è più ampio e comprende violoncello, contrabbasso, arpa, tiorba e clavicembalo. Ho qualche dubbio sull'opportunità di schierare l'arpa, ma comunque questo esperimento è interessante anche se il suo esito è un po' compromesso dalla qualità della registrazione.

E veniamo così a quello che è il problema più grande di questo cofanetto: l'opera è stata registrata dal vivo ad Innsbruck durante le recite dello scorso agosto e purtroppo le condizioni di ripresa sonora non erano ottimali. Intendiamoci: il risultato è lo stesso godibile ma non aspettatevi la definizione sonora di un'incisione fatta in studio.

Il cast dei cantanti ha il suo punto di forza nella coppia principale (Aristea e Megacle) interpretata molto bene da Raffaella Milanesi e Olga Pasichnyk: due cantanti che hanno una perfetta padronanza dello stile e allo stesso tempo sanno osare quando necessario. Un po' meno convincente la seconda coppia (Argene e Licida): Ann-Beth Solvang esibisce un vibrato un po' troppo pronunciato che rende a tratti confusa la sua emissione, mentre Jennifer Rivera canta in modo apprezzabile anche se alcune sue soluzioni (ad esempio un'improbabile cadenza "a bocca chiusa" nell'aria Mentre dormi amor fomenti) mi lasciano alquanto perplesso.

Jeffrey Francis risolve il ruolo del re Clistene in modo un po' monocorde, dipingendo un personaggio sempre severo e burbero: forse nel finale qualche accento più patetico non avrebbe guastato, ma per il resto la sua prestazione vocale è molto buona. Markus Brutscher (Aminta) tradisce ogni tanto nei recitativi la sua "tedescaggine" ed inoltre i suoi tentativi di caratterizzare il personaggio appaiono un po' stereotipati. Infine Martin Oro (Alcandro) ha una vocina acuta che mal si confà al personaggio ed esibisce un falsetto piuttosto fastidioso.

Come al solito, insomma, il cast non è perfetto. Così come sono un po' deludenti le note di accompagnamento che ripropongono soltanto, oltre al libretto, un vecchio saggio di Francesco Degrada sull'opera. Tutto ciò comunque poco toglie ad un cofanetto le cui attrattive, come ho detto, superano di gran lunga i difetti. Quindi lo consiglio caldamente a tutti gli appassionati dell'opera barocca.

19 giugno 2011
M.F.Torna alle Recensioni

athaliagoodwin

GEORGE FRIDERIC HANDEL (1685-1759)

Athalia HWV 52

World premiere recording
of the London version of 1735

Geraldine McGrevy - Athalia
Nuria Rial – Josabeth
Lawrence Zazzo – Joad
Aaron Machler – Joas
Charles Daniels – Mathan
David Wilson-Johnson – Abner
Clemens Heidrich – Joad 2

Daniel Moult – Organo
Vocalconsort Berlin - Kammerorchester Basel
Paul Goodwin – direttore

Sony/DHM 88697723172 (2 CD)

Nel luglio 1733 Handel si recò con la sua compagnia ad Oxford in seguito ad un invito ricevuto dal Vice-Chancellor per conferirgli una Laurea onoraria che per motivi sconosciuti egli non accettò. L’occasione riguardava una cerimonia conosciuta come Pubblick Act, che combinava il conferimento della Laurea con delle “Philological Performances” che coinvolgevano anche altre istituzioni accademiche. In quella occasione Handel eseguì diversi Oratori già noti: Acis and Galatea, Esther e Deborah. Athalia, che doveva rappresentare il momento più importante della visita, fu data per la prima volta allo Sheldonian Theatre il 10 luglio e ripetuta la sera seguente, con diverse repliche negli anni successivi e sempre con grande successo.

Handel non eseguì subito l’Athalia a Londra, ma riutilizzò la musica per due opere celebrative delle Nozze della Principessa Anne con William d’Orange il 14 Marzo 1734: si tratta dell’Anthem matrimoniale “This is the day” e della Serenata italiana “Parnasso in festa”, che fu data per tre stagioni consecutive, mettendo in ombra l’Athalia. Solo il 1 Aprile 1735 l’Athalia fu eseguita a Londra al Royal Theatre di Covent Garden con altre quattro recite dopo la prima.

Il libretto dell’Athalia era di Samuel Humphreys e si basava sul Secondo Libro dei Re, anche se il modello era l’Athalie di Racine, data a Saint-Cyr sotto il patrocinio di Madame de Maintenon. Era la storia della Regina apostata Athalia che, avendo rinnegato la fede in Jehova, perdeva ragione e trono, una figura femminile violenta e passionale che la faceva assomigliare ad una sorta di Saul al femminile o di Clitennestra giudea. Diversi storici pensano che possa trattarsi di un’allegoria politica, di segno antigiacobita, data in un “covo” di ferventi patrioti totalmente votati alla causa del re scacciato James II, quale era l’Università di Oxford. A dire la verità c’è anche qualcuno, la Dr. Carmen Hélèna Téllez, che ha invece indicato nella figura del piccolo Joas, la prefigurazione di quella del giovane pretendente Stuart, a cui la tiranna Athalia usurpava il trono. Prendere posizione in queste diatribe storiciste non è mai facile, quindi sospendo il giudizio, anche se penso che Handel, così legato alla nuova dinastia degli Hannover, si prestasse difficilmente a offrire il fianco ad una simile operazione reazionaria.

Nella performance londinese Handel poteva contare sulla partecipazione, nel ruolo di Joad, tenuto da un controtenore nell’esecuzione di Oxford (Walter Powell), di Giovanni Carestini, il celebre castrato che nella sua compagnia aveva sostituito Senesino, passato alla compagnia rivale “della Nobiltà”. Per questo motivo, sia approfittando della splendida voce di Carestini, sia per agevolarlo facendolo cantare nella sua lingua natale, Handel scrisse una serie di nuovi brani in italiano e nei modi tipici dell’opera seria italiana, con il “da capo”. Si tratta di cinque arie, intromesse nel corso dell’Oratorio in inglese, più il duetto di Joad e Josabeth “Cease thy anguish”, che diventava “Cangia in gioia il tuo dolor”. Si presume che la parte di Joad in inglese che rimaneva dopo diversi tagli fosse cantata da un altro cantante anche se Carestini, a differenza di quanto fece diversi mesi prima nella esecuzione dell’Oratorio “Deborah”, dove cantò tutta la parte di Barak in italiano, qualche aria particolarmente significativa dovette eseguirla. E’ da notare, ad esempio che l’aria di Joad con il coro “O Lord Whom we adore” fu data con una tessitura più alta rispetto all’esecuzione di Oxford.

Nell’esecuzione del 1735 veniva anche cambiata l’aria di Abner “When storms the proud”, in un duetto tra Joad e Abner , e spostato dall’inizio del primo atto, alla fine dello stesso. In questa registrazione il duetto è fra un baritono (Joad) e un basso (Abner). Questo potrebbe destare non poca meraviglia, ma è opinione del Prof. Burrows che il duetto in questa diversa tessitura, fosse stato pensato da Handel per un Joad basso, soluzione scritta ma poi abbandonata per una esecuzione dello stesso Oratorio nel 1743, anche se le carte relative datano al 1735. In una comunicazione privata Laurence Zazzo informava la Handel-List che probabilmente Goodwin aveva desiderato inserirla per dare una opportunità di ascoltarla. Se così fosse, come credo, si è fatto un regalo a tutti gli handeliani, perché si tratta di una versione molto interessante e suggestiva. Veniva anche aggiunta un’aria in inglese per Josabeth. Inoltre Handel diede al lavoro un nuovo finale con il Concerto per organo in fa maggiore HWV 292, concluso da un possente Halleluja intonato dal coro, con questo confermando una prassi che lo vedeva sempre durante gli Oratori eseguire un suo Concerto per organo, momento amatissimo e molto atteso dai suoi estimatori.

Come in tutti gli Oratori inglesi di Handel il coro riveste una grande importanza, ma in questo caso la presenza di queste nuove arie per Joad/Carestini, dava grande risalto al solista e alla figura di Joad che, di secondo piano nella prima versione, diventava invece il vero protagonista. Le arie scritte per lui sono generalmente sentimentali e patetiche, e “Cor fedel” è veramente bella, un po’ più correnti le altre. Se devo esprimere un giudizio personale mi sembrano tutte piuttosto avulse dal contesto dell’Oratorio inglese, anche se l’esecuzione rende tutto piuttosto omogeneo.

Nell’Oratorio abbiamo invece delle arie strepitose come “Gentle airs, melodies strains” cantata molto bene da Charles Daniels, anche se Antony Rolfe-Johnson rimane indimenticabile nella storica edizione di Hogwood (che comunque è di riferimento per la versione di Oxford).

Lawrence Zazzo dà alle arie di Joad la sua solita eleganza e carezzevole morbidezza, con una emissione sempre ben controllata sia nelle note gravi che nelle tessiture più alte. Nuria Rial nel ruolo di Josabeth e Geraldine McGrevy come Athalia, danno vita ai loro personaggi con forza: la calda e sensuale grazia della prima (valorizzata da un bel timbro, più scuro di quello quasi bianco della Kirkby) dà più spessore alla devota Josabeth, mentre la seconda restituisce la rabbiosa angoscia della regina con grande sicurezza. Certo il suo personaggio è dato meno drammaticamente di quanto lo fosse nella versione Hogwood, con una Sutherland che a fine carriera ci dona una figura a tutto tondo, con una teatralità ineguagliabile.

In ogni caso tutto il cast mi sembra buono, anche Joas, reso con trasparente vivezza dal piccolo Machler. Il coro è veramente stupendo così come l’ottima Kammerorcher Basel, mentre la direzione di Paul Goodwin, anche se corretta, manca forse di incisività.

Comunque si tratta di una registrazione assolutamente consigliabile per tutti gli amanti di Handel.

19 giugno 2011Torna alle Recensioni
Isabella Chiappara Soria

dulzura

JOSÉ DE NEBRA (1702-1768)

Esta dulzura amable
Sacred cantatas:

Que contrario, Señor - Cantada al Santísimo
Alienta fervorosa - Cantada al Santísimo
Sonata en mi menor
Entre cándidos, bellos - Cantada al Santísimo
Llegad, llegad, creyentes - Cantada al Santísimo

María Espada, soprano
El Ayre Español
dir. Eduardo López Banzo

Challenge Classics CC 72509 (SACD ibrido)

Con questo CD Eduardo López Banzo continua la sua esplorazione della musica di José de Nebra, proponendo quattro brani sacri che lui stesso scoprì 15 anni fa nella biblioteca di una cattedrale in Guatemala. Si tratta di musiche, su testo spagnolo, destinate ad essere eseguite durante la festa del Corpus Domini. O almeno così lascia intendere il sottotitolo di Cantada al Santísimo: purtroppo López Banzo nelle note al CD non dice quasi nulla di specifico su queste cantate, se non che probabilmente furono scritte verso la fine del secondo decennio del Settecento, quando il giovane ma già famoso Nebra era organista presso la Cappella Reale di Madrid.

Le cantate, scritte per soprano, due violini e basso continuo, si sviluppano tutte secondo la sequenza tipica delle coeve cantate da camera italiane: due brevi recitativi che preludono a due arie col da capo. Oltre alla forma anche la sostanza musicale appare largamente ispirata a modelli italiani, caratteristica che già avevo notato nell'ascoltare l'opera Amor aumenta el valor, scritta da Nebra nello stesso volgere di anni.

López Banzo opta per un'esecuzione a parti reali, dirigendo dal clavicembalo un'orchestra da camera formata da 2 violini, violoncello, contrabbasso e arciliuto, ciò che accentua il carattere cameristico delle cantate. Coerentemente con questa scelta l'interpretazione è vigorosa e brillante, con tempi sostenuti che mettono in risalto il virtuosismo vocale e soprattutto esaltano l'inventiva melodica di José de Nebra.

María Espada è un'ottima cantante, molto a suo agio col barocco e dalla tecnica ineccepibile. Gli abbellimenti nei da capo sono fatti con gusto ma senza strafare, i trilli sono luminosi, la voce argentina. Ho solo qualche dubbio rispetto alla tessitura dei brani, che a tratti appare troppo grave per i suoi mezzi: forse un mezzosoprano con una voce più calda avrebbe potuto consegnarci una lettura più intensa.

La registrazione è completata da una magnifica sonata per clavicembalo di Nebra, che inizia con una fuga di sapore decisamente bachiano, resa in modo eccellente da López Banzo. Nel complesso il CD è secondo me molto bello, anche per la qualità del suono, e lo consiglio caldamente: brevi estratti di tutte le tracce si possono ascoltare nella già segnalata pagina web di Challenge Classics.

È inoltre possibile esaminare i manoscritti di queste cantate, che sono stati digitalizzati e resi disponibili (nel formato djvu) a questi indirizzi:

(per maggiori informazioni sul plugin djvu ed altri manoscritti in formato PDF si rimanda al Música Colonial website)

M.F.
8 giugno 2011Torna alle Recensioni

ariodantecurtis

GEORGE FRIDERIC HANDEL (1685-1759)

Ariodante

Joyce DiDonato (Ariodante)
Karina Gauvin (Ginevra)
Marie-Nicole Lemieux (Polinesso)
Sabina Puértolas (Dalinda)
Topi Lehtipuu (Lurcanio)
Matthew Brook (Re di Scozia)
Anicio Zorzi Giustiniani (Odoardo)

Il Complesso Barocco
dir. Alan Curtis

Virgin Classics 07084423 (3 CD)

Dopo averci dato un'ottima incisione dell'Alcina, Alan Curtis e Joyce DiDonato continuano la loro collaborazione con questo Ariodante. Si tratta di due delle opere più famose di Handel, composte entrambe per la straordinaria stagione del 1735. In quell'anno Handel ebbe a sua disposizione come primo uomo il grande castrato Giovanni Carestini, che interpretò a gennaio il ruolo eponimo nell'Ariodante e quindi in aprile cantò come Ruggiero nell'Alcina. Nelle due opere Carestini ebbe come partner il celebre soprano Anna Maria Strada del Pò, nei ruoli di Ginevra e di Alcina.

Purtroppo il risultato in questo caso non è affatto entusiasmante, anzi ho trovato l'ascolto complessivamente molto deludente. Alan Curtis non riesce ad imprimere alla musica la giusta tensione teatrale: i tempi scorrono quasi sempre troppo rilassati e l'orchestra manca della necessaria propulsione. A questo si aggiunga che la DiDonato non mi è sembrata molto a suo agio nel ruolo, sicuramente quello di Alcina le era più congeniale. Tanto che mi chiedo se non sarebbe stato più logico affidarle la parte di Ginevra, che probabilmente sarebbe più nelle sue corde.

D'altra parte ogni incisione dell'Ariodante deve fare i conti con la bellissima registrazione diretta da Marc Minkowski nel 1997, assecondato da una Anne Sofie Von Otter in stato di grazia. Per stare alla pari con quella performance occorre una direzione molto vigorosa e attenta ad ogni minimo dettaglio, non certo il risultato catatonico che ascoltiamo in questo cofanetto. Peccato, perché il cast è tutto di altissimo livello, ma i cantanti non possono far altro che assecondare il passo letargico di Curtis.

Infine, anche la presa del suono non mi sembra ottimale, soprattutto perché non riesce a ricreare un teatro sonoro naturale e avvolgente. Insomma: una grande occasione sprecata.

M. F.
2 Giugno 2011Torna alle Recensioni

handelvauxhall1falernoducandevater1738

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