La Sala del Cembalo del

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CD & DVD Reviews

Indice / Index

ANTONIO CALDARA (1670-1736)
Il più bel nome
(Barcelona, 1708)

María Espada, soprano (Venere)
Raquel Andueza, soprano (Giunone)
Marianne Beate Kielland, mezzosoprano (Ercole)
Robin Blaze, contraltista (Paride)
Agustín Prunell-Friend, tenore (Il Fato)

El Concierto Español
Emilio Moreno, direction
Glossa - GCD 920310 (2 CD)

Fra le recenti uscite della casa discografica Glossa spicca questo cofanetto, dedicato ad una serenata di Antonio Caldara composta nel 1708 per la corte di Barcellona. I retroscena di questa commissione sono quantomai interessanti, perché siamo in piena guerra di successione spagnola: nel 1705 gli Inglesi avevano occupato Barcellona e lì si era insediato come Re di Spagna l'arciduca Carlo d'Asburgo, mentre a Madrid regnava invece Filippo d'Angiò, protetto dalla Francia.

L'arciduca Carlo era un grande appassionato di musica, aveva vent'anni e probabilmente a Barcellona s'annoiava non poco. L'occasione per allestire una grande festa musicale gli si presentò col suo matrimonio: nel 1708 sposò la principessa Elisabetta Cristina di Brunswick-Wolfenbüttel e Carlo pensò bene di commissionare un'opera in onore della sposa.

A tale scopo fece venire dall'Italia alcuni fra i nomi più importanti della scena musicale: il librettista Pietro Pariati, il compositore Antonio Caldara e lo scenografo Ferdinando Galli-Bibiena. Ad essi diede l'incarico di mettere in scena questa serenata, che secondo Moreno fu il primo esempio di teatro musicale italiano in terra spagnola. E fu anche l'inizio della collaborazione di Caldara con gli Asburgo: nove anni dopo, come sappiamo, il compositore si sarebbe trasferito a Vienna, al servizio dell'Imperatore.

La vicenda narrata dal libretto si svolge nei Campi Elisi: due dee (Venere e Giunone) disputano su quale sia più importante fra l'amore e la gloria, spalleggiate dai rispettivi campioni (Paride ed Ercole). Nella disputa interviene finalmente il Fato, che rivela alle dee l'esistenza di una donna che è superiore a loro per bellezza e per virtù. Si tratta naturalmente della principessa Elisa, il cui bel nome viene ripetutamente osannato. Il tutto in due ore di recitativi secchi alternati ad arie solistiche, oltre a tre cori e ad un'aria a cinque.

La scrittura di Caldara, come suo solito, guarda al passato. Ben sette delle arie sono accompagnate dal solo basso continuo, ma sono precedute da un ritornello strumentale, un procedimento che ricorda molto Purcell. Le arie sono piacevoli ma nessuna di esse mi ha colpito particolarmente. Sebbene composta nello stesso volger d'anni, questa serenata è ben lontana, ad esempio, dalle arditezze del "Trionfo del tempo e del Disinganno" di Handel. I cori sono scritti per soprano, alto e tenore, il che fa pensare che, con ogni probabilità, essi furono cantati nel 1708 dagli stessi solisti. Invece in questa incisione si è deciso di utilizzare un coro "vero" di 8 elementi, non so bene per quale motivo.

Gli interpreti si disimpegnano con onore ma anch'essi non brillano. I migliori a mio parere sono María Espada e Augustín Prunell-Friend: bella voce, abbellimenti fatti con gusto e recitazione curata. Soprattutto i recitativi, d'altra parte, sono il punto debole degli altri cantanti, anche per una dizione non sempre impeccabile. Moreno, da parte sua, forse poteva cercare con maggior convinzione di infondere vitalità ad una partitura che già di suo non brilla per varietà.

Insomma, si tratta di un cofanetto interessante per i risvolti storici ma non entusiasmante per i contenuti musicali. Nella pagina web che Glossa dedica ai CD potete ascoltare l'aria a 5 "Quel core, quel viso" e l'aria del Fato "Al grande onor di sposa", entrambe tratte dalla seconda parte della serenata.

M. F.
11 dicembre 2010Torna alle Recensioni

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ANTONIO VIVALDI (1678-1741)
Ottone in Villa

di MAURIZIO FRIGENI

Cleonilla: Verónica Cangemi (soprano)
Ottone: Sonia Prina (,contralto)
Caio Silio: Julia Lezhneva (mezzosoprano)
Decio: Topi Lehtipuu (tenore)
Tullia: Roberta Invernizzi (soprano)

Il Giardino Armonico / Giovanni Antonini
Naïve OP 30493 (2 CD)

Come avevo scritto nella recensione all'incisione Brilliant (alla quale rimando per la trama e la storia dell'opera) aspettavo con impazienza di ascoltare anche questa nuova registrazione Naïve, ultima della Vivaldi Edition. L'attesa non è stata inutile, perché questi CD ci regalano dei momenti straordinari. Ma d'altra parte, come dirò, contengono anche alcune cose che mi lasciano perplesso.

Antonini e i suoi hanno saputo infondere all'opera una vitalità drammatica che latitava un po' nelle precedenti incisioni. I recitativi sono molto curati e nelle arie c'è sempre la ricerca della soluzione più naturale, con esiti spesso ottimali. La scelta dei tempi, l'uso delle mezze voci, gli abbellimenti, l'accompagnamento strumentale: nulla è lasciato al caso ed il risultato appare di colpo quello più convincente, più "giusto".

Un plauso quindi al direttore, ma anche all'eccezionale cast di cantanti che ha potuto schierare, uno dei migliori fra quelli della Vivaldi Edition. A cominciare da Sonia Prina e Véronica Cangemi, molto brave nel restituire la stoltezza presuntuosa (ma al tempo stesso ingenua) di Ottone e la vanesia leggerezza dell'intrigante Cleonilla, anche se di quest'ultimo personaggio avrei preferito una caratterizzazione un po' più sbarazzina.

La coppia cadetta (Caio e Tullia) presenta due personaggi più tormentati, perennemente insoddisfatti nella loro ricerca dell'amore perduto e sollecitati d'altra parte dalla gelosia e dal desiderio di vendetta. Tullia è resa in modo magistrale da Roberta Invernizzi, forse la migliore del cast, superba sia nei recitativi che nelle arie. Avevo qualche dubbio sulla capacità di Julia Lezhneva di interpretare un ruolo maschile, ma all'ascolto mi sono completamente ricreduto: la cantante russa riesce a tirar fuori una voce "graffiante" quando necessario e dà vita ad un Caio eccezionale ed assolutamente credibile. Infine, anche Topi Lehtipuu è protagonista di un'ottima prova nel ruolo minore di Decio.

Di fronte a tanta perfezione dispiace che siano presenti alcune (evitabilissime) sbavature. Non si capisce infatti che bisogno ci fosse di aggiungere un'arpa (mai usata nell'opera all'epoca di Vivaldi) ad una sezione di continuo già nutrita: contrabbasso, arciliuto e due clavicembali, che coronano un'orchestra formata da 8 violini, 2 viole, 2 violoncelli, 2 oboi e 2 flauti diritti. Non solo: Antonini cede a volte alla tentazione di "migliorare" l'orchestrazione di Vivaldi aggiungendo qua e là cose non previste in partitura, come i gorgheggi di flautino nell'aria di Caio Io sembro appunto quell'augelletto. Anche in questo tipo di manipolazioni René Jacobs ha purtroppo fatto scuola, ma io sono del parere che Vivaldi e i suoi contemporanei non abbiano alcun bisogno di tali "miglioramenti" e mi aspetterei, specialmente nelle opere della Vivaldi Edition, un maggior rispetto per ciò che l'autore ha scritto.

Infine, speravo che almeno in questa incisione ci fossero restituiti tutti i recitativi della prima versione dell'opera (1713). Invece anche qui (come per le registrazioni di Hickox e Guglielmo) si è optato per i recitativi accorciati scritti per la ripresa del 1729. O almeno così pare, perché nelle note accluse non si specifica nulla al riguardo. Così come non si dice nulla circa la scelta di affidare l'aria Sole degli occhi miei a Caio (come aveva fatto Hickox) anziché a Cleonilla (come fa Guglielmo), quando il libro di Strohm sulle opere di Vivaldi assegna l'aria a Cleonilla senza alcun dubbio. Peccato, perché un grande pregio di altre opere nella stessa serie Naïve era proprio la dovizia di informazioni sulle scelte esecutive operate.

Malgrado questi difetti, per l'ascoltatore si tratta comunque di un cofanetto godibilissimo, secondo me di gran lunga la migliore versione in commercio dell'opera. Segnalo che i due dischi sono anche disponibili per l'ascolto nella pagina dedicata di Deezer.

29 novembre 2010Torna alle Recensioni

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Vicent Martín i Soler
La Dora festeggiante / Il sogno

di MAURIZIO FRIGENI

Sunhae Im, soprano: Nice (Il sogno), Apollo (La Dora)
Raffaella Milanesi, soprano: Egle (Il sogno), Minerva (La Dora)
Magnus Staveland, tenore: Fileno (Il sogno), Giove (La Dora)

Orchestra RCOC (Royal Chamber Opera Company), Barcelona
Juan Bautista Otero, direttore
RCOC Records 1001.2 (2 CD)

Dopo averci dato una bella incisione dell'Artaserse di Terradellas (ed aspettando la Sesostri dello stesso autore che dovrebbe uscire fra non molto), Juan Bautista Otero continua la sua riproposizione di opere di autori catalani del '700 con due CD dedicati ad altrettante cantate a tre di Martín i Soler: La Dora festeggiante (Torino, 1783) e Il sogno (Vienna 1789).

La prima è una breve cantata di circostanza, scritta per l'arrivo a Torino dell'Arciduca Ferdinando d'Asburgo e presentata al Teatro Regio come prologo all'opera "Il Vologeso" dello stesso Martín. Protagonisti sono tre dèi dell'Olimpo (Giove, Apollo e Minerva), che tessono le lodi degli illuminati monarchi piemontesi e dei loro regali ospiti. Come si vede dal libretto siamo ancora in pieno ancien régime ed anche la musica guarda al passato, regalandoci tre arie e un terzetto degni della migliore opera seria (ed in effetti l'aria di Apollo è tratta da un'aria dell'Ifigenia in Aulide, composta da Martín i Soler per Napoli nel 1779).

Con Il sogno l'atmosfera cambia completamente e la musica guarda già al classicismo, anche se il libretto di Lorenzo da Ponte, con la sua storia pastorale, sembra di taglio arcaico. In questo caso i personaggi sono due ninfe ed un pastore: la fragile vicenda inizia con Egle che sveglia dal sonno la sorella Nice proprio nel momento in cui sognava di baciare il suo amato Fileno. L'arrivo del pastore è accompagnato dall'improvviso scoppio di un temporale, nonché dalla sparizione di Egle, che però viene prontamente ritrovata nel finale.

La disarmante semplicità della vicenda cela tuttavia molti sottintesi eruditi (ben illustrati da Otero nel lungo saggio che accompagna i CD) ed una sottile vena di sensualità che Martín i Soler rende palese con la sua musica. I tre personaggi cantano un'aria per ciascuno, due duetti, un terzetto finale e ben tre recitativi accompagnati. Nella pagina web dedicata dalla casa discografica al CD potete ascoltare il duetto "Mira il giorno oscurarsi d'intorno" cantato da Nice e Fileno quando si scatena il temporale.

Anche in questo caso l'esecuzione mi sembra di ottimo livello. I cantanti sono bravi e ho trovato in particolare molto apprezzabile la capacità di Magnus Staveland di utilizzare la voce di testa quando occorre: se non avesse la propensione a spianare le doppie consonanti sarebbe il mio tenore ideale. Sunhae Im appare più convincente nel Sogno che non nella Dora, dove deve interpretare un ruolo maschile; la voce non è bella ma molto flessibile, anche lei dovrebbe migliorare un po' la pronuncia dell'Italiano. Raffaella Milanesi canta benissimo, come suo solito.

L'orchestra di Otero non è grande ma produce ugualmente un notevole volume sonoro, grazie anche all'abbondante presenza di strumenti a fiato: è composta da 8 violini, 2 viole, 2 violoncelli, 1 contrabbasso, 2 flauti traversi, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe, timpani e fortepiano per il continuo. Malgrado questo turgore orchestrale il direttore è sempre attento a non sovrastare i cantanti e la presa del suono mi pare eccellente.

In conclusione si tratta di un cofanetto più che consigliabile. Si potrebbe forse recriminare sulla scarsa durata dei dischi (le due cantate sarebbero entrate anche in un solo CD), ma visto il ridotto prezzo di vendita e le amplissime note illustrative credo che l'acquisto valga comunque la pena.

18 novembre 2010Torna alle Recensioni

SolerDora

ANTONIO VIVALDI
Arie per tenore

di MAURIZIO FRIGENI

Topi Lehtipuu (tenore)

I Barocchisti
Coro della Radiotelevisione svizzera
Diego Fasolis
Naïve OP 30504

L'ultima uscita della "Vivaldi Edition" Naïve è dedicata ad una raccolta di "arie sparse" per tenore e fa seguito ad altri 3 CD nella stessa serie: "Arie d'opera", "Arie ritrovate" e "Arie per basso". Si tratta di musiche prese da lavori teatrali ma che per vari motivi non possono essere incluse all'interno di un'opera completa.

Tre arie, ad esempio, sono tratte da un Tito Manlio del 1720 al quale Vivaldi contribuì solo col terzo atto, una dal Tigrane del 1724 di cui compose solo il secondo atto. Altre arie provengono da opere la cui musica è andata per la maggior parte perduta (ad es. "La costanza trionfante" ed il suo revival "Artabano re de' parti"). Altre, infine, sono versioni alternative di arie d'opera scartate da Vivaldi oppure al contrario create per una ripresa in cui il cantante era cambiato. Alla fine trovano posto così ben 15 arie, a cui si aggiungono un paio di cori tratti dalla Dorilla in Tempe ed il concerto per archi RV 110, inseriti probabilmente per arrotondare il minutaggio (e forse anche perché il direttore Claudio Fasolis ha così modo di far cantare il suo Coro della Radio Svizzera...).

Di sicuro Vivaldi ebbe un riguardo particolare per la voce di tenore, che trova in molte sue opere un rilievo maggiore rispetto alle opere di altri autori. Forse era convinzione, forse era necessità (un tenore costava molto meno di un famoso castrato...) ma in ogni caso in questo CD viene offerta una carrellata molto interessante della scrittura vivaldiana per questo tipo di voce e questo è sicuramente uno dei motivi d'interesse del disco.

L'altro motivo d'interesse è quello di ascoltare in questo repertorio Topi Lehtipuu, un tenore che già abbiamo apprezzato nell'incisione Naïve de "La fida ninfa" e che personalmente reputo un ottimo cantante, soprattutto rispetto a tanti tenori mediocri che abbiamo dovuto sopportare in molti dischi dedicati a Vivaldi.

Anche in questo CD il cantante esibisce un'ottima prova: agilità scolpite, abbellimenti gustosi, grande espressività nelle arie di sapore più intimo. Forse, rispetto ad altre volte, Lehtipuu ha ceduto un po' alla tentazione di un'esibizione più "muscolare", col registro di petto che in alcuni casi è troppo in evidenza. La colpa può essere anche in parte di Fasolis, che a volte ha portato i suoi (peraltro ottimi) Barocchisti ad un volume di suono eccessivo, col risultato che il cantante deve sforzare troppo la voce.

Questa è l'unica pecca di un disco nel complesso ottimo e sicuramente consigliabile ai fan del Prete Rosso. L'album è anche disponibile per l'ascolto nella pagina dedicata di Deezer.

11 novembre 2010Torna alle Recensioni

arietenore

JOHANN ADOLF HASSE
Sanctus Petrus et Sancta Maria Magdalena

di MAURIZIO FRIGENI

Maria Magdalena: Kirsten Blaise (soprano)
Maria Iacobi: Heidrun Kordes (soprano)
Maria Salome: Vivica Genaux (mezzosoprano)
Petrus: Terry Wey (alto)
Joseph d'Arimatea: Jacek Laszczkowski (sopranista)

Chor und Orchester der Ludwigsburger Schlossfestspiele
Dir. Michael Hofstetter
Oehms Classics OC 950

Il CD è dedicato ad un oratorio latino di Hasse (Sanctus Petrus et Sancta Maria Magdalena) ed al Miserere di cui costituisce l'introduzione. Si tratta di musiche composte per l'Ospedale degli Incurabili a Venezia, dove Hasse fu maestro di cappella negli anni 1734-36 e 1738-39. È possibile però che la data di composizione sia posteriore, perché le uniche esecuzioni sicure di cui si è trovata traccia risalgono al 1755-58.

L'azione narrata dal testo (di autore ignoto) si svolge subito dopo la morte di Gesù ed è imperniata sul dolore di Pietro e Maria Maddalena, che si sentono responsabili per la morte in croce del loro Signore. Gli altri tre personaggi completano il quadro con le loro riflessioni.

Abbiamo qui il miglior Hasse: l'oratorio consta di cinque ampie arie col da capo (una per ognuno dei solisti), un duetto, un trio e otto recitativi (di cui due accompagnati). Lo stile è quello "napoletano" delle sue opere coeve, con il modo maggiore largamente dominante nelle arie. Di stile più severo invece il Miserere, che si affida a 4 solisti e al coro. Si tratta sempre di voci acute, perché anche agli Incurabili (come all'Ospedale della Pietà dove insegnava Vivaldi) cantanti e strumentisti erano solo donne.

Non si capisce quindi perché si sia deciso, in questo CD, di affidare i due ruoli maschili (S. Pietro e Giuseppe d'Arimatea) a due falsettisti. Se Terry Wey ha comunque una voce accettabile e si disimpegna bene nel ruolo, invece il sopranista Jacek Laszczkowski è per me ai limiti dell'ascoltabile, sia per la voce stridula sia per l'intonazione traballante.

Delle tre donne molto bene Vivica Genaux (Maria Salome), che canta da par suo l'unica aria che le compete, buona anche Kirsten Blaise che appare molto convincente nei recitativi (la parte di Maria Magdalena è la più importante dell'oratorio) mentre un po' più incolore Heidrun Kordes nel ruolo di Maria Iacobi. Peccato che l'aria di Maria Magdalena sia l'unica in cui il da capo è stato omesso (forse per motivi di spazio sul CD?).

Ottimi nel complesso l'orchestra e il Coro del Festival di Ludwigsburg (dove il CD è stato registrato dal vivo due anni fa) così come la direzione di Michael Hofstetter. Nella pagina di jpc dedicata al disco è possibile anche ascoltare i primi 60 secondi di ogni traccia.

6 novembre 2010Torna alle Recensioni

HassePetrus

ANTONIO VIVALDI
Ottone in Villa

di MAURIZIO FRIGENI

Cleonilla - Maria Laura Martorana, soprano
Ottone - Tuva Semmingsen, mezzo-soprano
Caio - Florin Cezar Ouatu, countertenor
Decio - Luca Dordolo, tenor
Tullia (alias Ostilio) - Marina Bartoli, soprano

L’Arte dell’Arco / Federico Guglielmo
Brilliant Classics 94105 (2 CD)

Ottone in Villa è la prima opera di Vivaldi (Vicenza, 1713) che ci sia pervenuta nella sua interezza. Malgrado l'ambientazione "storica" si tratta in realtà di un'operina pastorale, nella quale l'azione si limita ai rapporti amorosi fra i personaggi. Il motore di tutto è Cleonilla: ufficialmente amante dell'imperatore Ottone, non disdegna di farsi corteggiare da Caio ma nel frattempo s'innamora di Ostilio, che in realtà è Tullia, ex fidanzata abbandonata da Caio e desiderosa di vendetta.

I personaggi come si vede incarnano degli stereotipi frequenti in questo tipo di opere, che probabilmente si reggevano in gran parte sulla recitazione ammiccante degli attori più che sulle loro doti vocali. In effetti le arie scritte da Vivaldi sono per la maggior parte piuttosto semplici, se confrontate col suo standard nelle migliori opere successive. Solo 7 delle 28 arie sono state poi riutilizzate da Vivaldi in altre opere.

Il cast schierato da Vivaldi nel 1713 era fatto soprattutto di cantanti giovani ma di belle speranze, a parte la navigata Anna Maria Giusti (detta “La Romanina”) che interpretava Cleonilla: troviamo infatti come Ottone il contralto Diana Vico (che l'anno successivo avrebbe cantato il ruolo di Dardano a Londra nell'Orlando di Handel), il castrato Bartolomeo Bartoli nel ruolo di Caio e la vicentina Margherita Faccioli nel ruolo di Tullia/Ostilio.

Veniamo ora a questa nuova incisione della Brilliant, che fa seguito a quella del 1997 diretta da Hickox per la Chandos (molto buona per l'epoca) e a quella di Colusso registrata nel 1993 per Bongiovanni. La registrazione Brilliant risale al giugno 2008 e l'opera quindi è stata tenuta "in frigorifero" per due anni, evidentemente per sfruttare la scia della versione Naïve che sta per uscire nei negozi. Il risultato comunque non è affatto malvagio ed è per certi versi leggermente superiore alla vecchia incisione di Hickox.

I cantanti si disimpegnano bene sia nelle arie che nei recitativi, con abbellimenti contenuti ma di buona fattura. Forse la Semmingsen ha una voce un po' leggera per il ruolo di Ottone, così come Ouatu non è il miglior controtenore che io abbia ascoltato, ma nel complesso la prova della compagnia di canto è abbastanza convincente. Ci vorrebbe solo un po' di teatralità in più, un pizzico d'inventiva e di brio che a volte manca. Notare che i recitativi sono stati ridotti rispetto alla prima versione, seguendo molti dei tagli apportati da Vivaldi per una ripresa del 1729 (lo stesso aveva fatto anche Hickox).

Sono invece più perplesso per quanto riguarda l'accompagnamento strumentale. Nelle note che accompagnano i CD si legge fra l'altro: "L’organico dell’orchestra previsto da Vivaldi, precisamente rispettato nella nostra riproposizione moderna, per questa sua prima opera era costituito da 3 violini primi, 3 violini secondi, una viola da brazzo, due violette, un violone, 2 oboi, 2 flauti ed un cembalo". Ma se andiamo a vedere la lista degli strumentisti usati da Guglielmo per questi CD troviamo che c'è qualcosa che non va: a parte il fatto che le due "violette" diventano due violoncelli e che il violone diventa un contrabbasso, il basso continuo è rinforzato ahimè da un organo che con la pratica del tempo non c'entra nulla! (Per inciso: non maledirò mai abbastanza René Jacobs per aver lanciato questa insulsa moda di usare l'organo nell'opera barocca).

Inoltre, ammesso che sia giusto rispettare il numero degli strumenti usati da Vivaldi (cosa che in realtà dovrebbe dipendere soprattutto dalle dimensioni del teatro), Guglielmo ha la tendenza ad alleggerire spesso il tessuto orchestrale limitando in più punti l'accompagnamento ad un solo violino. Magari il risultato avrà anche un suo fascino, ma non so quanto le intenzioni del compositore siano rispettate eseguendo la musica in questo modo.

Tirando le somme: un cofanetto nel complesso abbastanza buono (e appetibile anche per il prezzo ridotto) ma con molte cose che possono essere migliorate. Spero che la versione registrata per Naïve da Antonini, la cui uscita è imminente, ci farà sentire un Ottone in Villa decisamente più brillante di questo.

2 novembre 2010Torna alle Recensioni

cdvivaldiottoneinvilla

Messaggio del Maestro Federico Guglielmo (9 novembre 2010)

Mi permetto di segnalare una serie di inesattezze/imprecisioni nel suo articolo di cui dovrebbe essere dato “emendamento”.

Lei scrive che solo 7 arie su 28 sono state successivamente riutilizzate in altre opere per sostenere fondamentalmente che ci troviamo di fronte ad una composizione ancora di scarso rilievo.

Beh dal mio punto di vista la situazione va letta in chiave assolutamente opposta. Considerando che si tratta della prima opera (anche se come saprà alcuni studi di M. White stanno cambiando le prospettive sugli esordi teatrali di Vivaldi) il numero di arie riprese in seguito va valutato come estremamente significativo.

E poi ci sono arie come “Gelosia” e “Come l’onda” che diverranno alcuni dei maggiori “hits” vivaldiani di sempre!

Venendo allo specifico della nostra registrazione: l’opera non è stata tenuta “in frigorifero” e tantomeno ciò è stato fatto per sfruttare l’onda della versione Naïve... semmai è vero il contrario dato che è uscita due mesi prima...

Capita che per anni non ci si occupi di una composizione e poi contemporaneamente accada che più direttori/gruppi se ne interessino contemporaneamente. Ma non è proprio questo il caso visto che la nostra produzione (presentata in pubblico al Teatro Olimpico di Vicenza il 22 giugno del 2008) doveva essere negli stores già nel 2009 e solo una serie di disguidi legati alla generale crisi della discografia (ovvero in questo caso il cambio “in corsa” di casa discografica, visto che la prima destinataria, pur famosa e titolatissima, non era più in grado di fare fronte alle nostre necessità, soprattutto in termini di distribuzione internazionale). Fatico comunque a capire come una registrazione posta in vendita (e con riscontri che mi dicono già estremamente lusinghieri, oltre ogni mia aspettativa) due mesi prima dell’altra potrebbe usufruire del “traino”...

Alcune imprecisioni del suo testo che mi sta a cuore segnalarle: abbiamo usato esattamente l’organico di musicisti della prima esecuzione, come da “libri paga con nomi degli esecutori” (sopravvissuti al tempo e conservati alla Bertolliana di Vicenza). Nella lista paghe troverà infatti 1 viola da brazzo (modernamente indicata come viola nel nostro booklet) mentre “le due violette” altro non sono (andando a confrontare con i nomi degli esecutori) che i due violoncelli da noi utilizzati. Come lei ben sa per gli strumenti della famiglia del violoncello (e dintorni) regnava in quegli anni una gran confusione terminologica e non possiamo pretendere che chi ha scritto il libro paga di quella produzione fosse un esperto di organologia. Tuttavia si trattava di due esecutori di violoncello.

Quanto al violone ovvero contrabbasso potremmo discuterne con diletto per anni (ed io sono spesso un sostenitore dell’importanza del violone in 8 piedi per la musica strumentale veneziana). Nella traduzione inglese del booklet potranno anche avere indicato genericamente “bass” di certo so (si vedano pure le foto) che abbiamo utilizzato un violone a cinque corde (ed in 16 piedi viste le dimensione non cameristiche della sala che pure non è la Avery Fischer Hall).

Per i recitativi, come da lei giustamente evidenziato, abbiamo optato per un taglio (non drammatico ma significativo ed in ogni caso non privando il senso drammaturgico) seguendo proprio le indicazioni di Vivaldi quando revisionò se medesimo. E le fonti manoscritte ed il libretto sono stati seguiti con particolare cura (laddove per esempio l’edizione curata dal pur insigne musicologo Cross ed utilizzata nelle registrazioni Chandos e Naïve attribuisce a Caio un’aria che il libretto chiaramente definisce di Cleonilla, oltre a contenere diversi svarioni di testo musicale).

Sul numero contenuto degli strumentisti utilizzati valgono le osservazioni sopra riportate... infatti si è suonato al Teatro Olimpico, acustica di per sé straordinaria, e non in un grande teatro d’opera ottocentesco. Sul presunto “alleggerimento del tessuto strumentale” affidando alcune arie ad un violino solo o al gruppo a parti reali devo dire che - pur essendo queste prassi ampiamente documentabili, ed utilizzate frequentemente da riconosciuti testimoni della “auspicata brillantezza”, abbiamo inteso fare questo con estrema moderazione e sempre guardando, aria per aria, al contesto musicale ed espressivo richiesto. Poi si entra nella sfera dei gusti (e/o in caso dei pregiudizi) personali.

Dovremmo infine ed una buona volta interrogarci su cosa si intende per brillantezza. Sulla brillantezza “classica” non può che trovarmi d’accordo. Vivaldi è colore luminoso ma all’occorrenza anche estremamente sfumato e di certo continuamente vario, siamo d’accordo ma è anche grande classicità delle strutture e delle forme. Se invece per brillantezza intendiamo quella specie di ormai modaiola (e alla fine “facile”) tendenza ad estremizzare le partiture, beh allora più che di brillantezza io parlerei di “gusto del bizzarro”. Lo capisco ma non lo lo condivido, come il sale sulle pietanze: quando se ne mette troppo poi non se ne sa più fare a meno... anche se non fa tanto bene alla salute (ovvero in questo nostro caso forse al rispetto delle intenzioni di chi compose). Qui siamo tuttavia nella sfera del gusto personale. Ed ognuno trova quel che giustamente preferisce.

La risposta

Mi dispiace che lei abbia concentrato la sua attenzione sulle inesattezze e sulle differenze d'opinione, perché il mio parere su questi CD è tutt'altro che negativo: ho scritto infatti che ritengo questa incisione superiore a quella di Hickox per la Chandos, il che non mi sembra poco.

Prendo atto delle sue precisazioni sull'organico strumentale. Resto del parere che l'organo (così come la chitarra o l'arpa) debba essere evitato nelle opere. Così come preferirei non ascoltare dei falsettisti nei ruoli che furono dei castrati. Ma questa ovviamente è la mia opinione: mi rendo conto che il gusto del pubblico DI OGGI va a volte in un'altra direzione.

La rassicuro sul fatto che per "brillantezza" non intendo assolutamente "bizzarria" e che anzi detesto quegli esecutori che usano tali mezzucci per sedurre il pubblico. Infine, a prescindere da queste episodiche diversità di vedute, mi lasci dire che apprezzo molto quello che lei fa per la musica barocca e che spero di ascoltare presto altri CD di musiche da lei dirette o, meglio ancora, di sentirla suonare dal vivo.

M.F.Torna alle Recensioni

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