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Leonardo Vinci: Siroe, re di Persia (1726)

Siroe: Cristina Alunno
Emira: Roberta Invernizzi
Cosroe: Carlo Allemano
Medarse: Leslie Visco
Laodice: Daniela Salvo
Arasse: Luca Cervoni

Orchestra del Teatro di San Carlo
dir. Antonio Florio

Registrato dal vivo a Napoli, novembre 2018
Dynamic CDS7838.03 (3 CD)

Questo Siroe ebbe la sua prima a Venezia nel febbraio 1726 e fu la prima opera scritta appositamente dal Metastasio per Leonardo Vinci. I due avevano iniziato la loro collaborazione a Roma, dove il compositore calabrese era stato chiamato per mettere in musica la Didone abbandonata, uno dei libretti più popolari del Metastasio. In quella stessa impegnativa stagione, che lo consacrò come uno dei compositori più in voga della penisola, Vinci aveva composto una terza nuova opera, Astianatte, su libretto di Antonio Salvi, andata in scena a Napoli nel dicembre 1725.

Il cast veneziano comprendeva le due vecchie glorie Nicola Grimaldi (detto Nicolino) come primo uomo (Siroe) e Marianna Benti Bulgarelli (detta la Romanina) come prima donna (Emira), accanto ai due astri nascenti Giovanni Carestini (Medarse) e Lucia Facchinelli (Laodice). Nel ruolo di terzo uomo (Cosroe, padre di Siroe e Medarse) recitava il famoso tenore Giovanni Paita, non più giovane ma molto apprezzato da Quantz: “Paita aveva una voce di tenore non molto potente ma piacevole, che non sarebbe stata così bella e naturalmente omogenea se egli non avesse conosciuto l’arte di combinare la voce di testa con quella di petto”. Infine, il ruolo secondario di Arasse era affidato al giovane tenore Pellegrino Tomii. La distribuzione delle arie voluta da Vinci era assolutamente paritaria: cinque ciascuno per i cinque ruoli principali, mentre ad Arasse ne veniva lasciata una sola, che in compenso è una delle più riuscite dell’opera: “L’onda che mormora”, nel primo atto, con il tenore virtuoso che duetta con un oboe obbligato.

La musica che Vinci scrisse per Nicolino e Romanina rispecchia quelle che erano le loro naturali inclinazioni: poco o punto virtuosismo e grande spazio, invece, ad arie che mettessero in grado i due cantanti di sfoggiare le loro doti di attori. Colpisce in particolare come nessuna delle arie di Siroe sia di carattere eroico, mentre spesso la musica mette in evidenza le sue insicurezze e i suoi timori, cercando così di tratteggiare un ritratto psicologico del personaggio. Si ascoltino ad esempio gli archi nella sua prima aria “Se al ciglio lusinghiero”, nella quale Siroe ribadisce a Laodice il suo disamore dopo aver a lungo tentennato nel timore di ferirla: dopo aver esposto il tema vocale, i violini espongono un secondo tema contrastante, che vuole esprimere incertezza. Lo stesso succede nell’aria successiva “La sorte mia tiranna”, dove inoltre, alla fine della prima parte, Vinci inserisce una sorta di interruzione per dar spazio ad un breve declamato. Ma anche le altre arie, come osserva Kurt Sven Markstrom nel suo saggio su Vinci, contengono tutte delle lievi deviazioni dalla stretta forma dell’aria con da capo, che un consumato attore come Nicolino poteva sfruttare a suo vantaggio per catturare l’attenzione del pubblico. Markstrom sostiene in particolare che “Mi credi infedele” (la terza aria di Siroe) fosse stata pensata per un’esecuzione senza da capo (anche se tutte le fonti lo prevedono), ma Florio in questa incisione opta invece per eseguirlo e a mio parere ha ragione perché l’aria funziona benissimo così.

Per la parte di Emira valgono considerazioni analoghe, visto che la Romanina era sempre stata rinomata più per le sue qualità di attrice che per quelle di cantante. Raggiunse quello che può essere considerato l’apice della sua carriera interpretando il ruolo eponimo nella Didone abbandonata, che il suo grande amico e protetto Metastasio aveva scritto per lei a Napoli nel 1724 musicata da Sarro, e che interpretò di nuovo a Venezia con la musica di Albinoni e poi a Reggio Emilia con Porpora. Nel Siroe il suo personaggio non è altrettanto drammatico, ma è comunque complesso e ricco di contraddizioni: la principessa Emira ama Siroe ma al tempo stesso vuole ucciderne il padre e per quasi tutta l’opera finge di essere un uomo fedele a Cosroe. Vinci le offrì un bouquet di arie semplici ed efficaci, venate di malinconia e che al contempo le permettevano di sfruttare l’ambiguità del personaggio. La più celebre è “Non vi piacque ingiusti Dei”, che chiude il secondo atto, preceduta da un recitativo accompagnato nel quale Emira dà sfogo ai tormenti della sua anima. Si tratta di una delle arie favorite di Vinci, che l’aveva usata un mese prima anche nella sua Didone abbandonata (col testo “Prende ardire e si conforta”).

Il tenore Giovanni Paita, che interpretava il “re padre” Cosroe, aveva fama di essere un ottimo attore ma anche un eccellente cantante. Ecco quindi che le arie scritte per lui da Vinci sono più esigenti dal punto di vista vocale, a cominciare dall’eroica “Se il mio paterno amore” fino alla tormentata “Gelido in ogni vena”, che presenta qualche somiglianza con la celebre versione di Vivaldi, composta l’anno seguente.

Per i ruoli di Medarse e Laodice, meno profondi dal punto di vista psicologico, Vinci scrisse arie che mettessero in mostra soprattutto le doti canore dei due giovani interpreti. Questo senza mai scadere nell’esibizionismo fine a sé stesso: anche quando la scrittura musicale si fa più agitata l’impianto melodico non viene mai perso di vista. Ne troviamo due begli esempi alla conclusione del primo atto, quando Laodice canta la meravigliosa aria con oboe obbligato “L’incerto mio pensiere” e subito dopo Medarse le risponde con la splendida “Fra l’orror della tempesta”.

La registrazione è stata effettuata durante un’esecuzione in forma di concerto, tenuta al Teatro San Carlo di Napoli nello scorso novembre. Si tratta di una prima esecuzione moderna dell’opera e quindi di un documento prezioso per apprezzare il genio di Leonardo Vinci. Tuttavia non posso fare a meno di riportare anche le molte mancanze di quella che è stata a mio parere una grande occasione sprecata.

Il primo motivo di disappunto nasce dall’orchestra: Florio ha usato i musicisti della sua Cappella Neapolitana solo per il basso continuo, mentre archi, oboi e corni provenivano dalle fila dell’Orchestra del Teatro di San Carlo e suonavano su strumenti moderni. Ma, a parte le questioni di timbro, ho trovato spesso il suono orchestrale troppo esile, segno di qualcosa che non ha funzionato nel delicato rapporto fra sala, strumentisti e cantanti. In parte questo è dovuto alla solita propensione dei tecnici del suono della Dynamic ad esaltare in modo artificiale le voci, ma posso testimoniare che anche all’ascolto dal vivo il problema era presente in una certa misura.

Una seconda, più importante, delusione viene dai cantanti. Come ho scritto in precedenza i ruoli di Siroe ed Emira richiedono soprattutto grandi doti attoriali, sia nei recitativi che nelle arie, ma in questi dischi di recitazione ne troviamo ben poca. In particolare il Siroe di Cristina Alunno è cantato in modo sempre uguale, senza traccia di quelle inflessioni e piccole irregolarità che rendono il canto più espressivo. Ma anche l’interpretazione di Roberta Invernizzi non è soddisfacente: pure lei, che in altre occasioni ci ha regalato prove di grande intensità, pare qui arrendersi nelle arie ad una lettura piuttosto piatta, avallata peraltro da una direzione d’orchestra troppo metronomica.

Carlo Allemano riesce nei recitativi ad essere più convincente, ma la sua voce è a mio parere troppo baritonale per il ruolo di Cosroe e nelle sue arie si ascoltano in continuazione acuti sforzati e passaggi confusi. Sarebbe stato opportuno affidare la parte ad un tenore dalla voce più chiara e con un vibrato meno pervasivo. Gli altri tre cantanti non sono eccezionali ma nel confronto fanno una migliore impressione, anche perché si trovano a cantare le arie più spettacolari. Peccato però che due arie di Medarse e una di Laodice siano state tagliate, così come un’aria a testa di Cosroe ed Emira. Anche i recitativi sono stati tagliuzzati, evidentemente per ridurre la durata del concerto: è una prassi purtroppo normale ma è un vero peccato che la prima registrazione di un’opera così importante soffra di tutte queste menomazioni.

Nel complesso ci troviamo di fronte ad un’interpretazione accettabile, ma che non riesce a rendere piena giustizia ad un’opera che a suo tempo fu grandemente apprezzata dal pubblico. Sarebbe meraviglioso poterla riascoltare in una lettura più meditata, e più attenta nel rendere tutte le sue diverse sfaccettature.

Maurizio Frigeni, 20 luglio 2019

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